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Sono le 7.20 di domenica mattina. Un sole stanco di scaldare solamente a tratti il mese di febbraio inaugura la giornata e il mercato cittadino. Cittadino sì; il paese è molto piccolo e si chiama Apice vecchia, il primo terremoto non l’ha ancora spinto fino a farlo cadere e il secondo non ha ancora deciso di prendersi ciò che ne resta. Siamo nella zona di “Fuori la croce”, è da qui che le bancarelle partono, sorpassano il Municipio e si arrestano in un punto imprecisato di terra.

I venditori sono strabilianti attori, che quotidianamente interpretano un ruolo che si devono di continuo cucire addosso, che hanno cominciato a cucirsi addosso da che erano ragazzini, per forza o per destino, che come un vestito, di quelli ai quali siamo affezionati, che non vogliamo gettare nemmeno quando presentano dei buchi, ogni tanto va rattoppato. 

I clienti sono frammenti di vita vissuta, in un momento di riposo e spensieratezza, sono l’Essere che si presenta nella noia e nella calma piatta, uomini e donne che scherzano, proprio perché pieni di guai.

Il mercato porta con sé un sentore di fisicità, dal quale difficilmente si può svincolare, resiste alle contraddizioni del tempo; profuma il mercato ed è colorato anche quando il cielo è infastidito.

Lo stesso termine, mercato, a qualche anno di distanza ha acquisito significati diversi, non è più solo un luogo presente, vivo, fisico. Una trasposizione semantica, che fa in modo che oggi parlare di mercato significhi rivolgere il proprio sguardo alla modernità, al mondo della finanza, della borsa e di altre mille cose di cui conosco solo il nome e alle volte nemmeno quello. 

Per comprendere, per capire, dobbiamo spostare l’oggetto di interesse dal livello dell’esperienza concreta, a quello dell’astrazione, delle idee, del virtuale. 

Tutte cose giuste, politicamente corrette. Il ragionamento sembra non fare una piega; si basa su affermazioni generali, che appaiono come insindacabili. Seguendo gli insegnamenti aristotelici sul silogismo, si può giungere dunque ad una conclusione particolare. Tutto così facile, forse troppo. Si troppo. 

Come sarebbe facile infatti dire che si stava meglio quando si stava peggio, che le persone erano più genuine, che i soldi non avevano l’importanza che hanno oggi, che una volta era tutta campagna e che cielo a pecorelle, pioggia a catinelle. 

Diventa fondamentale, a riguardo la figura dell’artista. L’ artista a tal proposito è presuntuoso, perché presume di superare il senso comune, quel sì impersonale circoscritto al luogo e al tempo in cui viviamo. L’ artista deve andare oltre, perché sa che il senso del mondo non si esaurisce nel senso comune. 

Ma proprio il genio dell’artista, ad un certo punto viene meno; se ci liberiamo dai ruoli, dalle imposizioni che tolgono del romanticismo al nostro vivere, dall’obbligo di dover dare del “Lei”, dalla carta su cui viene stampato un numero, se ci riappropriamo del dialogo, della discussione costruttiva, se ci sentiamo tutti parte di un unico Mediterraneo, di un unico mondo, senza cecità, senza miopie, possiamo comprendere che l’ordine di realtà che ci appare come distante e che sembra doverci svelare il senso delle cose, si nasconde nelle parole, nella musica, nelle persone. E noi siamo le parole. Noi siamo la musica. Noi siamo gli affetti, siamo noi le relazioni. Noi siamo tutto. 

Illustrazione di Alice Tomola