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Non ricordo il momento preciso in cui il sonno l’ha fatta da padrone, ricordo però gli scomodi libri usati come cuscino, gli arpeggi di Fabrizio e un aquilone, che si ergeva incontrastato padrone del cielo.

Con in mano degli abiti semplici in men che non si dica mi trovo a scendere le scale di un ambiente cupo e grigio, affiancato da due uomini dall’aspetto triste e severo.
Ferocemente la porta di una piccola stanza si apre e si richiude dietro di me, lasciandomi solo il tempo di entrare, senza possibilità di far domande e avere risposte.
Non sapendo come e perché mi ritrovo nella cella di una prigione.

La stanza non lascia molto spazio all’immaginazione, un tavolo e due sedie al centro occupano gran parte dello spazio, due letti a castello si stringono vicino al muro del lato destro della stanza, mentre sul lato sinistro trova spazio una cucina e una porta che nasconde il bagno.
Di fronte c’è la finestra, attualmente aperta da cui arrivano gli schiamazzi del cortile e di qualche altra cella.

Appoggiato sul davanzale della finestra se ne sta un uomo dallo sguardo vago, come se non gli importi molto del mio arrivo continua a riempire di lettere i riquadri bianchi di un vecchio cruciverba.
In quel momento, spaesato e un po’ intimorito, riesco a pronunciare uno striminzito
– Salve
l’uomo si volta, mi guarda e mi chiede
– L’avverbio del rassegnato?
Si ferma un attimo e poi continua
– Cinque lettere, orizzontale.
Preso alla sprovvista tentenno un attimo prima di rispondere
– Ormai.
Strizzando un occhio mi guarda con sospetto esclamando
– Sei sicuro? se lo scrivo non posso cancellarlo…
– Si, son sicuro.
– Speriamo…

Sentendomi meno in imbarazzo dopo lo scambio di battute mi avvicino alla finestra per sbirciare fuori, ma con fare improvviso l’uomo richiude il giornaletto e camminando verso di me mi spinge ad indietreggiare, poi tira fuori una sedia da sotto il tavolo e invitandomi a fare lo stesso si siede.
– Allora dimmi, come mai sei qui?
– Io a dire il vero non lo so.
– Come non lo sai? Cosa hai fatto per finire qui?
– Nulla, veramente io credo di essermi a…
– Ah va bene va bene. Se non vuoi dirmelo ancora fa niente, me lo dirai più in là.
Con fare lesto e un pò annoiato si alza dalla sedia e si dirige verso la cucina.
– Faccio il caffè, lo gradisci?
– Si, grazie.

Sbirciando fuori dalla finestra mi accorgo che l’intera vista è circoscritta all’interno dei padiglioni del carcere, ostacolata dalla grata in parte arrugginita che sigilla la finistra. Di sotto riesco ad intravedere uno spiazzo e dal lato opposto, nell’altro padiglione, un detenuto che sta appendendo una maglia fradicia alle sbarre della finestra per farla asciugare al sole.
Non c’è altro, da qui sembra imprigionato anche il cielo. Per fortuna
l’aroma del caffè inizia piano a sprigionarsi nella stanza distogliendomi da alcuni pensieri cupi.

Seduti ancora uno di fronte l’altro, a bere il caffè, ci perdiamo in chiacchiere, sembra un uomo tranquillo, mi verrebbe da dire quasi per bene. Mi racconta di come sia difficile passare le giornate lì, divise tutte tra qualche lettura, qualche cruciverba, un buon caffè e una grande dose di rimpianti. Critica aspramente i secondini e mi dice di aver rinunciato alla sua ora di libertà, perché vedendola come un ora imposta e data, non la ritiene effettivamente libera.
Nel discorso mi chiede anche se è vero ciò che ha sentito in quei giorni, che una ragazzina sta mobilitando migliaia di uomini per combattere l’emergenza climatica, se è vero che addirittura ha tenuto un discorso All’ONU.
Annuisco e rispondo
-Si, il suo nome è Greta ed è davvero strabiliante!

Lui incredulo guarda per un attimo fuori dalla finestra come se volesse raggiungere con lo sguardo eventi che ora riesce solo ad immaginare e poi sussurra qualcosa così piano di cui non afferro il significato.

Ora che nonostante il posto mi sento comunque a mio agio trovo il coraggio di chiedere anch’io qualcosa.

– Senti, ma tu come mai sei qui?
– Perché a mio tempo mi ero illuso da solo di poter cambiar le cose. Di spodestare quel potere che molti giovani nelle piazze andavano attaccando. Sebbene in ritardo avevo deciso di unirmi alla protesta attraverso un atto estremo, il resto è storia raccontata dai giornali…

Qui però ho avuto il tempo di pensare, di riflettere su cosa non ha funzionato nella mia vita privata, su cosa non ha funzionato nel mio piano e ora finalmente ho capito dove ho fallito.
Oggi però insieme agli altri sarà diverso…
Tieni prendi questa è una delle ultime lettere che ho scritto per la mia amata, ma per le tante che gli ho scritto non ho mai ricevuto risposta, quindi fa lo stesso, tienila pure tu.
Vai ora, è giunto il momento.

Mi indica la porta della cella stranamente aperta e mi invita ad andare, mentre percorro il corridoio resto sorpreso nel vedere che le celle sono tutte vuote.
Ripongo in tasca la lettera datami poco prima e sento sopraggiungere delle urla dal cortile, mi affaccio da una delle finestre del padiglione e vedo i secondini dimenarsi come pazzi, rinchiusi giù nel corridoio reticolato che porta al cortile, mentre centinaia di detenuti in rivolta continuavano ad urlare:
“Per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti!”

Quelle parole mi risuonano familiari, le ho già sentite, ma dove?
Forse… si! E’ stato allo sciopero per il clima di Friday’s For Future venerdì scorso, le ho lette sul cartellone di quegli studenti che sfilavano e cantavano uniti nel corteo diretto in centro. Chissà se qualcuno è stato a sentirli o dovranno tornare e gridare ancora più forte?