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Il 1 febbraio scorso, l’esercito del piccolo Stato del Sud-Est asiatico tenta – attraverso un colpo di stato – di porre fine all’esperimento democratico ormai in atto da circa un decennio e il Paese, già luogo dei conflitti interni più duraturi della storia, sembra ricadere in un’ombra di terrore e dittature militari. Viene deposto il Presidente e il partito democratico guidato dal premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi viene totalmente schiacciato, con gli arresti arbitrari di molti esponenti democratici del partito .

L’unico barlume di speranza del paese muore.

La causa del Golpe è principalmente l’accusa da parte dell’esercito di broglio elettorale. Nel momento in cui è stata verificata la trasparenza dello svolgimento delle elezioni, il capo delle forze armate Hlaing decide di rovesciare il governo. Oltre alle violazioni dei diritti umani commesse dagli ufficiali delle forze armate birmane, vengono proibiti ed infranti fondamentali ed indiscutibili diritti quali il diritto alla libertà di espressione, diritto alla libertà di riunione (contribuisce a ciò il continuo alternarsi della disponibilità di reti telefoniche e connessioni ad internet che lasciano il popolo senza informazioni o soccorsi), e il diritto a non essere soggetti ad arresti e ad arbitrarie detenzioni.

È stato inoltre istituito un coprifuoco dalla giunta militare, a rinforzare le proibizioni imposte sul diritto alla libertà di riunione, che però viene continuamente infranto dalle proteste pacifiche del popolo.

Gli ordini dati dai Generali degli eserciti dettano di uccidere civili disarmati in tutta la nazione: un vero e proprio ritorno al totalitarismo e alla dittatura del terrore e del potere. Inizialmente, i cittadini si riuniscono in strada grazie a gruppi di ritrovo creati su Facebook, che i servizi militari hanno provveduto subito a chiudere. Successivamente, i civili hanno tentato di aggirare il sistema attraverso l’utilizzo di diverse VPN (ovvero delle reti virtuali private che permettono agli utenti di poter essere geo-localizzati in un altro paese, non facendo risultare gli utenti collegati ad una rete telefonica birmana) ma anch’esse hanno riscosso poco successo in quanto il governo, per tentare di evitare raggruppamenti od organizzazioni di qualsiasi tipo, ha disconnesso le reti telefoniche.

Chi della Gen Z riesce ad avere accessibilità alle reti dei social network, lancia un grido di aiuto attraverso foto, hashtag e testimonianze del disordine civile e politico che si vive nel paese, slogan che si spera stimolino la sensibilità di chi queste cose non le vive, ma riesce a farsene carico aprendo un portale di informazione consapevole e necessaria.

Tutta questa violenza, proveniente proprio dal paese simbolo e culla del Buddhismo, arriva in Occidente con un fortissimo profumo di contraddizione. Gli obiettivi principali delle proteste che ancora oggi perpetuano in Myanmar sono:

  • Il riconoscimento degli esiti delle elezioni del Novembre 2020 (elezioni che hanno visto il partito neo-democratico vincere)
  • Dimissioni del presidente dell’amministrazione statale e generale Min Aung Hlaing, leader del Colpo di Stato
  • Rilascio e reintegrazione del Presidente e Consigliere di Stato
  • Ripristino del governo civile e Riforma della Costituzione del 2008 con la quale l’esercito si sta appropriando del potere.

Purtroppo, ad oggi non è stato ristabilito l’ordine, le proteste vanno avanti e sempre più persone innocenti e civili, indifesi e disarmati, vengono impunemente uccisi e torturati dalle forze armate birmane.

La condanna arriva unanime dal Consiglio di Sicurezza ONU: la Cina (che ha investito nel Myanmar per questioni commerciali) ha espresso il suo disaccordo assieme alla Russia e ad altri membri e anche Papa Francesco ha invocato un cessate il fuoco. Basterà a fermare le violenze?