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Lei aveva quel potere li, di illuminare tutte le cose, che se entrava in una stanza faceva luce. Cresciuta in mezzo a poche case, in una piccola comunità molisana, Ausilia si è portata dentro l’idillio e la purezza di quella campagna incontaminata, incorrotta, come lei a sedici anni, quando ha fatto la fuitina con Vincenzo. Lui era più grande e veniva dalla città: fumava sigarette, ben vestito, capelli pettinati e gelatina. «Pareva un attore». A Ururi, quando arrivò, le donne facevano a gara per contenderselo e lui si divertiva, le lasciava fare: con il braccio destro stringeva una, col sinistro l’altra, e se ne andava così per il paese, fiero e leggero. Ausilia osservava da lontano, con disappunto, perché «non erano ragazze da portare in giro». E lui guardava lei, sempre e solo lei: «la più bella del paese ero», raccontava alle nipoti mentre passava le dita affusolate e bianche nei loro capelli, per stringerli in lunghe trecce ordinate, cordoni ombelicali che salvano la vita.

La portò via in un giorno d’estate. L’aveva seguita di nascosto per i campi dorati, come i suoi capelli, lunghe spighe di grano che le accarezzavano la schiena. Si era fermata a raccogliere fiori di campo, li aveva fermati tra le ciocche per farne una coroncina. Sembrava uscita da un quadro. Era arrivata alla fonte per prendere l’acqua ma il sole di giugno picchiava forte e di tanto in tanto si rinfrescava con le gocce che colavano dalla tinozza. Rientrata in casa, Vincenzo si fece coraggio e profanò quel luogo sacro, in cui non c’era posto per gli uomini, i baci e le carezze. Ausilia gettò un urlo non appena si accorse dello “straniero”, usando il tavolo della cucina come scudo. Un girotondo che durò qualche minuto prima che lui potesse raggiungerla e, afferrandola per i polsi, tenerla stretta mentre cadevano sul pavimento. Da quel giorno non l’ha più lasciata andare, rinunciando alla schiera di pretendenti, che nulla erano a confronto di quell’angelo sceso in terra.

Il segreto di Ausilia era l’amore, giacché in ogni cosa che faceva lei ce lo metteva, perché ne aveva così tanto che lo doveva dispensare.

E la cucina era il suo regno: un regno di amore. Tutto sapeva di buono, anche il pesce lesso, le verdure al vapore e gli avanzi del giorno prima. Metteva il burro nel minestrone, «ma solo una punta, per insaporire» si giustificava. Gli anni passarono dentro quelle pareti, tra pentole, mestoli colorati, calendari. Ogni giorno appuntava un avvenimento, come una storia che si raccontava da sola, insieme a quella lunga lista di numeri che ci ricorda che il tempo passa e non aspetta. E Ausilia lo sapeva bene, con quelle gambe stanche non riusciva più a viaggiare come una volta. È in Spagna che ha imparato a cucinare la paella «meglio degli spagnoli»; e l’Italia l’ha girata tutta, in ogni angolo, seguendo le curve dello stivale. Sapeva tante cose, le aveva lette sui libri, e poi le voleva vedere con i suoi occhi azzurri; quelle che non sapeva se le faceva raccontare dalle nipoti, che studiavano all’Università, e lei non aveva potuto, ma sarebbe diventata una maestra.

Quando il calendario segnava giorno di festa, quelli in rosso, si stava tutti da Ausilia: iniziava alle otto, ad affettare, impanare e sminuzzare; la frittura andava fatta per tempo, che «la puzza non se ne va mica via tra un alito di vento e l’altro»; Vincenzo apparecchiava nell’altra stanza, così che alle dieci era tutto pronto e lui doveva solo aspettare. Aspettava e vigilava di nascosto, perché lei ha sempre fatto tutto da sola, forte e testarda, e lui ne soffriva, voleva essere il bastone della sua vecchiaia.

Poi subentrò la malattia, i ricoveri in ospedale e le gambe rigide come tronchi la piantarono a letto. Una passeggiata ogni tanto, ma le forze venivano meno, e si doveva subito riposare su una panca, con il respiro affannoso e gli occhi un po’ lucidi, perché «sta vita qua, non è la mia, io ho bisogno di muovermi, facciamo un altro viaggio». Se avesse potuto avrebbe corso attorno al mondo, avrebbe fatto un salto sulla luna, perché anche quella voleva vedere, passando prima per la Via Lattea. «A ottant’anni mica smetti, di voler fare le cose dico. È la mia seconda vita e me la godo come viene, perché il tempo per piangere è passato, ho contato quei giorni sperando finissero, ma non finisce mai, il dolore. Allora l’ho fermato io e mi sono concessa un’altra chance e voglio viverla così, tra le nuvole!».

Ausilia ancora non è riuscita a prendere quel treno, aveva promesso di venirmi a trovare, «al Nord». Forse ci ritroveremo in quella cucina, per il pranzo di Pasqua, lei seduta, pettinata, in ordine e bellissima, leggerà un libro. «Che mi hai preparato di buono?», le domanderò. La pasta per i ravioli stesa sul tavolo, dopo essere passata sotto le grinfie di nonna papera, sarà pronta per essere farcita e suddivisa in tanti piccoli fagotti, ordinati come soldatini. Vincenzo affetterà per lei le verdure, che lui ci vede meglio, alzerà lo sguardo per controllare se tutto è in ordine, e riderà di gusto, perché è riuscito a farla riposare, a farla sognare, ancora un altro giorno.