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Cominciamo col dire, senza mezzi termini e troppi inutili giri di parole che comprendere l’indole di Ervin era un rompicapo insolubile a chiunque, moglie e figlie comprese.
Tutto ciò nonostante Ervin fosse noto ai più a Sarajevo. Compositore ormai quasi del tutto sordo e maestro d’orchestra in pensione con il capriccio degli scacchi – cruccio che spartiva quotidianamente, dall’infanzia, con l’amico Daniel – Ervin era un’incognita per chiunque lo conoscesse.
Sorrideva poco, pochissimo. Era convinto che i sorrisi non andassero sprecati e che solo una custodia accorta e sollecita ne avrebbe preservato l’autenticità.
Sì, perché “i sorrisi – era solito ripetere alle figlie, ormai madri, da quando avevano pochi mesi di vita – per essere sorrisi devono essere autentici, al contrario è meglio tenere il broncio”
Adolescente decise di scrivere una poesia d’amore alla compagna di classe dell’ultimo banco. La ragazzina dimostrò scarsa sensibilità e smania di protagonismo – diciamo anche che era tanto carina quanto stronza – e con tenacia sgraziata stracciò il foglio di carta sghignazzando durante l’intervallo.
Da allora Ervin decise di tenersi a distanza da tutto ciò che comportasse un coinvolgimento emotivo. La decisione, esercitata con fermezza, diventò presto abitudine e in poco tempo maturò una misantropia radicale che, negli anni, si era cauterizzata tenacemente.
Ora, vi chiederete come un uomo dalla marcata avversione alle persone abbia moglie e figlie.
Per rispondere è bene sottolineare che Ervin non chiese mai alla donna che sarebbe di- ventata sua moglie di vedersi per un caffè o di cenare insieme; si limitò ad accettare l’invito imbarazzato di lei, dopo aver soppesato con raziocinio e lungimiranza i pro e i contro di una relazione e le conseguenze del rispondere sì. Naturalmente, anche quando ebbe deciso, si interrogò prima di pronunciarsi sulle parole migliori da accostare al sì. Le parole che vengono dopo il sì. Parole che aprono a una storia ma che non la danno per scontata. Mai abbandonare la cautela, anche e soprattutto, a pericolo scampato.
La verità nuda e cruda era che i due si piacevano molto.
Di lei lui amava le dita snelle, la torta di mele cotogne alla cannella, che gli preparava ogni settimana e quel modo unico di suonare il violino.
Di lui lei amava guardarlo comporre, lo spiccato orientamento alla solitudine – Ervin era capace di sentirsi solo anche quando gli altri gli stavano attorno – e il suo scartare a priori la protezione della notorietà.

Ervin era un settantenne che tutto sommato si diceva felice e fortunato della sua vita.
Del tempo trascorso con la moglie e le figlie. E adesso con le nipotine.
Delle eterne partite a scacchi con Daniel, ubriacone disoccupato dalla nascita. Non che ne avesse mai vinta una, precisiamo, ma c’era in quelle sconfitte tanta più Bellezza di quanta ce n’era adesso nelle vittorie più prestigiose.
Della musica composta e di essere ancora abbastanza lucido da poterla ascoltare e non solo sentire.
Era felice. Eppure inquieto. Con gli stuzzicadenti tra le palpebre era da qualche giorno che non riusciva a prendere sonno. Neppure il pomeriggio seduto sulla poltrona difronte al camino. 
Era febbraio e a Sarajevo la temperatura era scesa sotto lo zero. La neve era gelata e le strade erano vere e proprie lastre di ghiaccio. Gli uomini si riempivano di bestemmie e rakija e le donne riempivano il buco allo stomaco degli uomini lasciato vuoto da bestemmie e rakija.
Dire a questo punto che Ervin non era come gli altri uomini sarebbe scontato e porterebbe fuori dalla storia.

Era felice. Eppure inquieto. Turbato. La ragione del suo turbamento?
Non era la memoria della guerra in sé, sebbene non lo toccò solo di sbieco, e non era la paura della morte che tanto condizionava il vivere dei suoi coetanei. Non era neppure la morte improvvisa e prematura di Daniel o il divorzio inaspettato della figlia di mezzo.
La stonatura era incarnata dalle parole di Daniel prima di morire. “Devi tornarci Ervin. Sono passati 20 anni. Devi tornarci.”
Tornare dove?
Tornare a Markale. Tra i banchi di ferro e di legno. Tra la frutta e la verdura. Nel luogo di incontro per antonomasia, dove, durante l’assedio, tra le poche cose offerte a prezzi da mercato nero, pagate a peso d’oro o scambiate per sigarette, era stato ucciso il primo figlio di Ervin. Il maschio. Asmir. 
Ervin era un uomo di parola e la promessa consegnata nelle mani fredde di Daniel, prima che chiudesse gli occhi per sempre, di tornare a Markale prima di morire non poteva non mantenerla. Ad oggi, però, non aveva ancora mantenuto la promessa e anzi, era uscito di casa solo per andare a recuperare le bambine, le nipotine, a scuola. Per il resto del tempo se ne stava chiuso nella stanza del pianoforte, seduto sul baule, con le lacrime agli occhi e tra le mani uno stralcio di giornale. Le parole erano di un giornalista italiano conosciuto durante la guerra e con cui non era più contatto da qualche anno.

* “Mi sono ricordato di un giorno della mia vita. Il 5 febbraio del 1994. Ero a Sarajevo, e ci fu la strage del mercato. Ma non è questo: non solo questo. Devo cominciare dalla sera prima. Non avevo ancora preso casa, ero all’Holiday Inn, come i giornalisti. Avevo una telecamera amatoriale, mi ero fatto prendere la mano, e avevo finito la scorta di cassette. L’indomani mattina sarebbe partito un convoglio di profughi dalla sinagoga, mi premeva riprenderlo. C’era un operatore che lavorava per la Rai, Miran Hrovatin. Era triestino come me, ma lui davvero, e aveva una bella faccia cordiale. All’ora dell’ ultimo telegiornale andò al palazzo delle televisioni. CI METTEMMO d’ accordo: se non avesse fatto troppo tardi ci saremmo rivisti, per una partita a scopa. Fece tardi, ma aspettai. Si stava al buio, ad ascoltare gli scoppi, e calcolare la distanza. Quando Miran tornò era ora di andare a dormire – a provarci. Arrivò con due cassette per la mia telecamera, se le era fatte regalare da un collega americano. Miran sarebbe stato ucciso un mese dopo a Mogadiscio insieme a Ilaria Alpi: aveva scelto di tornare in Somalia per mettere una pausa fra sé e tutto quel sangue jugoslavo. Il cielo della mattina del 5 era tetro. C’era il rumore di fondo degli spari, e il rombo degli aerei – sorvoli alti, facevano sentire la lontananza, più che una presenza. La gente cominciò ad arrivare molto presto. Sarajevo è tutta di saliscendi e scalinate. Le persone si affacciavano alla salita, nella nebbia, tenendo in due i manici di borsoni sgangherati. Era un film in bianco e nero. Era un film girato a Varsavia nel 1944, ed ero io a girarlo. L’esodo era stato preparato dagli ebrei della Benevolencija, e contrattato pazientemente con gli assedianti: tanti ebrei, tanti serbi, tanti bosniaci musulmani. Vecchi e malati per lo più, e qualche donna coi bambini. Arrivavano davanti alla sinagoga, e le famiglie già si separavano. Gli esuli entravano a sbrigare i documenti, i parenti restavano fuori, tenuti dal lato opposto della strada da una milizia cortese ma rigida. Per un paio d’ore stettero così, a parlarsi da un marciapiede all’altro, persone che non sapevano se si sarebbero mai più viste, o anche solo a guardarsi in silenzio. Solo i cani attraversavano inosservati, cani di Sarajevo, che si erano abituati a perdere gli umani, e a esserne perduti. Arrivarono le corriere, tre, malconce, e cominciò l’appello dei partenti. Allora la folla composta si ruppe, si alzarono grida, qualcuno spingeva per rubare un ultimo abbraccio, e veniva ricacciato indietro. C’era una ragazza alta, magra, molto giovane ma coi capelli di un grigio ferro, in un vecchio cappotto grigio col bavero alzato: fissava immobile, seria, la faccia di un uomo dietro il vetro appannato della corriera. Me ne innamorai. A Sarajevo mi sono innamorato di tutte le donne che ho visto. Facevo andare la telecamera. Tenere l’occhio dentro una telecamera è un espediente prezioso, quando non bisogna piangere. Finì. Le corriere scomparvero, la folla si sciolse, in un silenzio gonfio di angoscia e quasi, chissà perché, di vergogna. O forse era solo nostra, degli spettatori. Un peso oscuramente simile a quello del visitatore di Auschwitz: così mi parve. Fino a poco tempo fa, non avrei creduto che al mio tempo potesse appartenere una mattina così. Ma era ancora presto. C’era la prima di un film, alle undici, in un teatro del centro. Il film di un giovane regista, forte, pieno di rimandi letterari: l’incendio di una biblioteca moresca di Sarajevo commentato con citazioni di Dante e di Shakespeare. La sala era strapiena, come sempre sotto le bombe. Uscii a guardare la strada, il crocevia dei cecchini lì accanto, le corse dei passanti. C’erano esplosioni di granate, vicine, fragorose. Era normale. D’improvviso si sentirono i clackson di tante auto, e un’ agitazione inspiegata: un contagio di facce spaventate e di corse affannose. Saltammo su un’ auto e corremmo verso il punto da cui veniva lo spavento. Era vicino, ma bisognava fare un giro di sensi unici e di cecchini. Alla curva del Ponte Latino, sull’angolo delle rivoltellate di Gavrilo Princip, qualcuno ci gridò: a Markale, il mercato della città vecchia. Arrivammo in mezzo alla strage, cominciavano appena a raccattare i corpi e i feriti. C’era un rumore terribile di pianti, di urla, di richiami concitati, di auto caricate alla rinfusa che sgommavano via. C’era una gamba artificiale, staccata e diritta sul suolo. C’erano scarpe, è incredibile come le scarpe si spandano nelle carneficine. C’erano uomini grandi e grossi che soccorrevano e piangevano a dirotto. Toni Capuozzo si buttò nella falcidie, io non seppi fare niente. Da giorni avevo adottato, e viceversa, una banda di ragazzini che faceva capo a quella piazza del mercato. Avevo appuntamento con loro là, ogni giorno fra le tre e le quattro. Conoscevo ormai quasi una per una le persone del mercato, le vecchie che vendevano calzettoni fatti a mano e bacche selvatiche, il bambino che vendeva a malincuore un gallo, i vecchi che vendevano rubinetti e distintivi e medaglie, le fioraie: ero il più prodigo compratore di fiori della città. Anche quando mancavano il pane e le candele, a Sarajevo le case avevano voglia di fiori; e poi tutti avevano qualche tomba fresca alla quale destinare un fiore. I morti di Markale furono 68, i feriti nessuno li ha contati. 

La città si svuotò. Era un ordine delle autorità: ai cetnici piace duplicare le stragi. Ma non c’era bisogno di ordini. C’era troppo dolore, troppa disperazione. Tornammo in albergo. I giornalisti erano frenetici: notizie da trasmettere, articoli da scrivere. Io non avevo niente da fare, se non essere disperato. I miei ragazzini sarebbero rimasti chiusi in casa. Ma se qualcuno fosse andato lo stesso all’appuntamento? Così uscii e tornai, a piedi, al mercato. Sapevo correre nei punti esposti: ma la città era così deserta che anche i cecchini, sazi, dovevano essersi messi a dormicchiare. Il cielo si era fatto ancora più plumbeo. Dal mercato veniva un rumore di motore sussultante, monotono. La strada era ingombra di blindati bianchi dell’Onu. Nella piazzetta del mercato c’ erano solo caschi blu dell’Onu, francesi: una ventina di soldati e qualche graduato. C’era un paio di autocisterne d’acqua, il rumore era quello delle pompe. I soldati della Comunità internazionale spazzavano il suolo con gli idranti, e poi raccoglievano con le pale i detriti spinti contro il marciapiede. L’acqua era rossa. Le pale raccoglievano nel rigagnolo avanzi di povere mercanzie e di corpi umani. L’Onu faceva piazza pulita, anche lei in un silenzio interrotto da ordini brevi in francese – che bella lingua è il francese – e da quella lugubre percussione di motore. Durò a lungo il risciacquo. Potei guardare il punto in cui era caduta la granata: la solita buchetta con la rosa di scalfitture attorno, mutata già in pozzanghera. Qualcuno aveva tirato su una scarpa sfiancata da una donna, e l’aveva posata sul rottame di un banco. Non c’ era nessuno, solo le Nazioni Unite e io. E un viavai di corvi neri contro il cielo nero. Li ripresi scrupolosamente. 

L’ho detto: è utile, certi giorni, mettere una telecamera fra il proprio ciglio e il mondo. Arrivò un sarajevese, un tipo, poi avrei fatto amicizia con lui: si chiamava Dino, parlava un po’ di italiano dalla Seconda guerra, intagliava certe pipette di legno e le vendeva agli stranieri. Ora aveva bevuto fino a vacillare, buttò qualche frase addosso ai soldatini francesi, che non si voltarono nemmeno. Poi, forse in onore della mia telecamera, si tenne eretto, e disse solennemente: “Sangue. Questo è il nostro sangue bosniaco per l’Europa”. Tale fu un giorno della mia vita, in un triangolo, fra sinagoga incrocio dei cecchini e mercato, di neanche cinquecento metri per lato. Anzi, il giorno non era neanche finito, ma non me ne viene in mente altro, dopo che ebbi trovato la casa di qualcuno dei miei ragazzini, e saputo che erano vivi. Non me n’ero più ricordato, di quel giorno, tant’ è vero che adesso mi sono stupito che fossero successe insieme, tutte quelle cose: la delicatezza di Hrovatin e il corteo ebraico per i fuggiaschi, la strage e la vista intima delle Nazioni Unite all’opera, corvi bianchi e blu, spazzini postumi nelle città assediate e tra i popoli deportati.” 

* Adriano Sofri, Sarajevo, il passato che ritorna, laRepubblica.it Dossier 

Illustrazione di Gaia Bielli