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In un passato di tradizioni ataviche i Savio erano stati numerosi a Santa Caterina Villarmosa, tutti buona e brava gente di terracotta. Li chiamavano “i pignatari” perché lavoravano la creta e tornivano pentole di argilla che vendevano nella vallata del grande feudo. Poi si sparsero per il mondo e una parte finì in America, dove si sparsero a loro volta fino nel West. Dei Savio nessuno avrebbe saputo niente se il 2 dicembre del 1964 un Mario Savio, nel campus di Berkeley, apre al Sessantotto, non il 1968, ma il Sessantotto. 

Mario Savio era classe ’42, e quel 2 dicembre del 1964 aveva 22 anni. Era figlio di emigranti siciliani. Suo padre Giuseppe era nato a Santa Caterina Villarmosa così come sua madre, così come tre dei quattro del gruppo “I Giganti”, che qualche anno dopo avrebbe cantato “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”, caldeggiando lo slancio pacifista di quella generazione. Sì, Santa Caterina, il paese dove voleva andare a morire il poeta irlandese Peter Russel, venti chilometri di curve da Caltanissetta. Negli anni in cui l’Italia cominciava ad assaporare i frutti del boom, Giuseppe da emigrante lavorava in una fonderia di New York, mentre Mario, ragazzo impegnato, vinceva una borsa di studio a Berkeley. Ci era arrivato con la tenacia delle sue capacità, senza alcuna raccomandazione. E, da cane sciolto, ci avrebbe messo poco a diventare il leader dell’organizzazione “Free speech moviment” (Libertà di parola), un amalgama studentesco che Nixon avrebbe chiamato “noiosa minoranza rumorosa”. Il movimento voleva contrastare un’idea di Università che servisse solo a “riempire teste vuote, plasmarle e farle lavorare per il sistema”.

Cominciano le manifestazioni, i ragazzi si ribellano.

Qualcuno non è d’accordo e mugugna. Poi uno di loro, proprio Mario Savio, il siciliano di Santa Caterina Villarmosa, si toglie le scarpe, sale su un’auto della polizia e comincia a parlare: “Il rettore ci ha detto che questa è una fabbrica di cui lui è il capo. E, allora, se lui è il capo, questo vuol dire che tutte le facoltà sono di suo dominio e che noi siamo la materia bruta che non può avere parola sul prodotto finale. Che cosa saremo? Clienti dell’Università, dell’industria, del sindacato organizzato?”.

È il 2 dicembre del 1964 e Mario Savio ha un megafono nelle mani. Lo brandisce con forza, ci parla dentro come non aveva mai fatto fino ad allora.

Mario Savio era un americano con la testa siciliana. Ma solo in pochi riescono a cogliere a pieno la forza rivoluzionaria della sua azione. Fernanda Pivano, di questo ragazzo italoamericano, parla con grande affetto in un diario di viaggio, già nel 1965. Mario Savio è uno cui l’Fbi tiene gli occhi addosso. Non ha più una sua libertà d’azione e l’America degli anni Sessanta, ancora in preda ai furori “maccartisti” lo mette sotto controllo. Ma il cervello però non riescono a ingabbiarglielo. Gli agenti segreti lo spiano, lo seguono, lo intercettano, lo mettono in galera. E lui scorato urla ai coetanei: “Se tutto è una macchina c’è un tempo in cui il funzionamento della macchina diventa così odioso, ti fa sentire cosi male al cuore e, allora, devi smettere”. I ragazzi del Campus lanciano un lungo e grande applauso e Mario continua a scaldare i cuori con le parole che escono gracchianti dal megafono. Ancora una volta riesce a dire le cose giuste nel momento giusto, come sempre sintonizzato con le emozioni di chi ascolta. Quel ventiduenne figlio d’immigrati italiani, coglie ancora una volta nel segno, per lui è normale parlare ai suoi coetanei con il cuore in mano. E chi tira fuori la forza delle propria interiorità trova sempre ascolto. La gente sente a pelle la sincerità. E i giovani in modo particolare. Ma chi è Mario? Cosa studia? Piccolo genio della fisica, da studente liceale scopre errori nelle tabelle della potente Us Navy sulle propagazioni del suono in acque profonde. Il suo lavoro verrà pubblicato. A Berkeley segue un personale corso di studi che, oltre, a fisica, astronomia e letteratura comprende anche filosofia. Anche se orientato per il comparto scientifico è attratto dalla dimensione umanistica. E in quella Università in quegli anni, insegna Herbert Marcuse, che con la sua teoria dell’Uomo a una dimensione (titolo di un fortunato libro) sarebbe diventato il punto di riferimento intellettuale della contestazione europea, capeggiata da Rudy il rosso e Daniel Cohn Bendit. 

Savio con il suo discorso a piedi scalzi sull’auto della polizia e dopo gli applausi ricevuti, potrebbe avere tutte le carte in regola per diventare un leader del Campus. Ma il ragazzo di Queens non lo vuole. I suoi orizzonti sono più ampi. Solo che l’Fbi gli tarpa le ali. Finisce in prigione e vi rimane per sette anni. Mario viene emarginato e dopo la galera riesce a trovare solo lavori saltuari. è la stessa America che un decennio prima ha emarginato un poeta come Ezra Pound, internandolo per quindici anni in un manicomio. “È l’America che insegnava che il mondo era a soli due colori – diceva Savio – il bianco candido delle democrazie e il rosso satanico della minaccia comunista”. Il racconto che di lui fa Mario Deaglio e puntuale e scava dentro il cuore italoamericano. Ricorda il nonno, Don Peppino da Santa Caterina Vilarmosa. Il vecchio patriarca a chi voleva convincerlo della bontà del comunismo, affrontando una metafora politica rispose: “Sono d’ accordo – disse – Dividiamo le ricchezze. Ma se tra un anno tu avrai scialacquato la tua parte, cosa faremo?”. Alla risposta “dividiamo nuovamente” Don Peppino lo inseguì con il bastone”. Mario agli occhi del padre viene visto come un comunista. Non ci possono essere collegamenti fra la mentalità sua, quella del padre e quella del nonno, Don Peppino. è un comunista, un diverso nell’ America di suo padre. Di Mario Savio si ricordano solo in pochi. La morte, sopraggiunta nel 1993, quando aveva appena 53 anni, per una crisi cardiaca, lo toglie definitivamente di scena.

Mario Savio è stato un Mediterraneo d’America, un poeta contemporaneo sprovvisto, agli occhi di ciechi e miopi, di una morale. Ma di morale Mario, un sennò che non c’è stato modo di ingabbiare, ne ha avuta eccome. Una propria radicata e tenace morale, non coincidente con la comune, da cui si è discostato. La mia speranza è che il Mediterraneo ne abbia in grembo altri come Mario.

Rielaborazione del testo di Enrico Deaglio Su Repubblica e illustrazione di Giacomo Rosa.