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Non molto lontano dalla bocca dell’inferno, siedo con le gambe a penzoloni sul bordo del mondo, porto d’acqua, verde speranza.
Ho sfilato dolorosamente lo stivale per lasciarmi toccare dalla salsedine, senza curarmi della disapprovazione dei vecchi marinai e volgendo il mio sguardo alla schiera di culle bianche che si lasciano dondolare dalle onde della bandiera rossa.
Non molto lontano dalla bocca dell’inferno, prego anch’io nascondendo la testa tra i tronchi marci della Zattera della Medusa, mentre questo mondo, nudo di peccati, si asciuga il corpo omettendo agli occhi la realtà.
Esso sente sulla nostra stessa pelle il terrore, la speranza e la rassegnazione come fossero un trittico dipinto esattamente due secoli fa da Géricault, nel colore che non si lega più con l’olio, ma a sudore e lacrime.
Dietro le barche, i frangiflutti si fan barriere dividendo la terraferma dal mare, mare di Nessuno, mosso da reti senza pesci, raccoglitrici per lo più di uomini.
Al di là della schiuma, ci siam fatti confine di rotte e di navi dirottate che non osano attraccare sulle nostre coste dove la pelle bianca riflette il sole e le verità nascoste in prima pagina.
Ogni giorno, non molto lontano dalla bocca dell’inferno, si bagna la carta del quotidiano, legate a ormeggi le nostre sicurezze, mentre le voci si stringono in corpi di latta e resina.
Al di là di questi porti chiusi dalla paura, il sale aumenta con lacrime usate come salvagente.
Italia, terra e porto sicuro, potresti esser luce e invece servono fari per indicar la via di vita a uomini senza colore e senza bandiera, religioni lontane intonano preghiere che non appartengono alle loro gole, galleggiano le speranze senza mai approdare.
Non si vedono navi arrivare da lontano in questo braccio di terra, ma respiri esalati da corpi senza fame, assetati di libertà.

Mare nostro, insegna la vita, mostra al mondo i volti nel momento del bisogno senza colpirli con acqua fatta santa toccando il cielo, senza terra e senza umanità.
Italia, porto di sicurezza, in questa tremenda cantilena, fatti ninna nanna delle mamme che cullano con l’aiuto delle tempeste le loro creature, nuovi Odissei persi per la patria.

Mare nostro, io che non so pregare e non conosco le parole per richiamare l’attenzione dei potenti o l’istinto dei regnanti, così senza voce, sull’orlo dal quale mi lascio sciabordare, ti guardo e ti supplico in questo porto di false certezze, sia fatta la tua volontà, lascia che il vento infranga le linee di accordi e trattati, dinieghi e divieti di accordi umanitari e fa che la smettano con quest’idea di arginare.

Mare nostro, ferma i flussi delle mani che vanno affondo,
in fondo siamo tutti umani.