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Quando mi chiedono “che lavoro fai?” azzecco quasi sempre la reazione del mio interlocutore alla mia risposta. Per certi aspetti in effetti, sono consapevole di essere fortunata mentre per altri…Insomma, per questa volta eviterò di elencarvi i motivi per il quale il mio lavoro non è sempre dei più semplici.

Credo di avervi tenuto abbastanza sulle spine: nella vita creo viaggi, di quelli che vanno di moda oggi, sostenibili e culturali. Prima che il Covid-19 stravolgesse le nostre vite, l’Europa non era tra le destinazioni di cui mi occupavo maggiormente ma ad oggi, per cause di forza maggiore, i nostri confini si sono dovuti ridimensionare parecchio. Si sa, l’uomo è un animale capace di adattarsi e così è anche il viaggiatore e proprio in virtù della magica arte dell’adattamento, uno dei luoghi in cui abbiamo deciso di andare a curiosare a dicembre è stata l’isola di Malta.

Letteralmente una fortezza posta tra il nostro continente e l’Africa, la quale nel corso dei secoli ha avuto contatti sia con i Paesi a lei più vicini sia con tutte le potenze marinare provenienti da terre più lontane che solcavano il mar Mediterraneo. Insomma, un vero e proprio ponte che ha collegato popoli, culture e tradizioni diverse: dai fenici, romani, bizantini, arabi fino ad arrivare ai famosi Cavalieri di San Giovanni, i quali su questa isola hanno creato il loro porto sicuro. Malta sorprende anche grazie ai numerosi templi megalitici, costruiti in epoca preistorica da una civiltà tutt’ora misteriosa e di cui ancora si stanno studiando le origini (famosissime le statue in riferimento alla fertilità) e non di meno per i paesaggi ed il mare di quel blu così blu da perderci le ore a starlo ad osservare.

Turisticamente nulla da dire e tanto da offrire ma in tutto questo scoprire, sono stata colpita in particolare dal mix di culture che si respira nell’aria. Architettura, cibo e soprattutto la lingua locale: il maltese! Questo particolare idioma è molto interessante soprattutto perché nasce dalla fusione di tre famiglie linguistiche molto diverse tra solo: semitica, romanza e germanica. Essendo la lingua sempre in divenire, si potrà facilmente immaginare che insalata di suoni si udirà sentendo parlare i locali tra loro.

Il processo di standardizzazione del maltese iniziò verso il 1700 e si concluse nel 1934, anno in cui l’italiano, che fino a quel momento era la lingua ufficiale introdotta dai cavalieri dell’Ordine di San Giovanni, lasciò il posto alla nuova arrivata che venne scelta insieme all’inglese. Ad oggi, il lessico è composto per il 32% di origine araba dialettale; il 53% di origine italiana e il 6% di origine inglese. In realtà il flusso di influenze è molto più ampio perché sono facilmente riconoscibili parole di origine spagnola, francese e anche portoghese.

Nonostante il maltese sia nato dalla fusione di tre famiglie linguistiche, come dicevamo prima, viene però ufficialmente categorizzato come lingua semitica, l’unica ad utilizzare l’alfabeto latino e soprattutto, piccolo Fun Fact, l’unico dialetto arabo ad aver ottenuto lo status di lingua ufficiale di un Paese! Come tutte le lingue semitiche segue una serie di regole grammaticali precise come, solo per fare alcuni esempi: la formazione dei verbi, la posizione dell’aggettivo rispetto al nome e così via. Regole che si sono mescolate e adattate poi a quelle delle altre lingue presenti sul territorio.

L’ultima grande pressione esercitata sulla popolazione è stata sicuramente la dominazione britannica dal 1814 al 1964. Essa ha fatto sì che l’inglese fosse l’ultima lingua a immergersi nella già pre-esistente bowl d’insalata di parole di cui accennavamo prima e che quindi fosse l’ingrediente più fresco e moderno all’interno del vocabolario quotidiano. Quello che mi viene da pensare e che ho percepito, avendo avuto modo di trascorrere tutto il tempo del mio soggiorno con degli autoctoni, è che le fondamenta della grammatica e la struttura della costruzione della frase facciano molto più riferimento all’arabo, lingua probabilmente all’origine del maltese; mentre le lingue giunte successivamente abbiano di conseguenza condizionato maggiormente la sfera lessicale.

Di Malta ovviamente ci sarebbe molto altro da mostrare ma la sua straordinaria capacità di assorbire usanze, tradizioni e caratteristiche di luoghi così diversi tra loro mi ha lasciata talmente ammaliata da non poterla non raccontare.

La lingua dice molto di una popolazione ed è anche attraverso di essa che quest’ultima riconosce sé stessa. In linguistica esiste una teoria chiamata “ipotesi Sapir-Whorf”, la quale afferma che il linguaggio non è solo uno strumento di comunicazione ma che è così strettamente interconnesso alla cultura alla quale appartiene che a linguaggi diversi corrispondono diversi modi di interpretare e vedere la realtà ed il mondo che ci circonda.

Quanti differenti modi di vedere e di interpretare le cose avranno quindi i maltesi?

Mi piace pensare che la pacifica eterogeneità di questa piccola isola baciata dal sole e su cui soffiano ben tre venti diversi sia un buon esempio per chi si ostina a diffidare degli incontri di culture perché se è vero che è sempre meglio non cambiare il vecchio con il nuovo, a volte è bene anche tentare di prendere il sentiero inesplorato.