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Le mie riflessioni di oggi sono un po’ condizionate, come è normale che sia, dalle lunghe serate in compagnia del divano, della pubblicità e di Sanremo (in ordine di minutaggio). Tranquilli, non ho alcuna intenzione di dibattere sull’importanza di Sanremo, i pro e i contro e tutto il resto, piaccia o meno è la kermesse musicale più seguita in Italia.

Con un amico però riflettevo telefonicamente l’altro giorno sul fatto che si sia persa la tendenza all’ascolto, che la fruizione della musica sia radicalmente diversa e cose così. Massimi sistemi e acqua calda direte voi, grosso modo sì, vi dico io. Ma questa chiamata di cui sopra, mi permette di ragionare sul significato di Sanremo e della musica oggi. Mi spiego meglio, noi ascoltiamo musica per passare il tempo? Sia chiaro, non sto facendo la distinzione tra chi ascolta i Pink Floyd su un impianto da 2000 euro e chi mette in loop le playlist “Totally stess free” consigliate da Spotify; ritengo siano entrambe facce dello stesso feticismo. Ciò che intendo è, che valenza diamo alla forma canzone? Si merita lo statuto di opera d’arte? Alcune no, direte voi e io sono pure d’accordo. La questione però è chi lo determina? Nell’ambito delle arti visive, è il sistema delle gallerie, delle case d’asta, sono le dinamiche museali e il mercato a stabilire che cosa sia un’opera d’arte. La sola esposizione di un oggetto in un museo sancisce la sua appartenenza al mondo dell’arte. Nel caso della musica invece come funziona? Chi decide? Sarebbe semplicistico dire che a decidere è il mercato, perché concretamente così non è, perché l’artista viene sempre prima della canzone, che invece viene trattata come merce, come oggetto, così come accade nei musei con Orinatoio e Ruota di bicicletta, con la differenza sostanziale direi, che mentre i secondi sono oggetti e merce contemplata per la narrazione che attorno a loro è stata costruita, della prima non interessa a nessuno. Nemmeno all’artista stesso direi, a colui che è deputato alla creazione dell’opera. Ecco che la canzone è alla base di un’attività promozionale, volta semplicemente ad accrescere l’aspettativa, l’hype sull’artista, già pronto alla canzone successiva. Siamo figli di una musica tracotante, che ci porta da un istante a quello immediatamente successivo, nel tempo più veloce possibile. 

L’opera musicale ha perso autonomia, vive solo nel momento in cui viene esperita, l’opera musicale insomma non esiste. 

illustrazione di Simon Noh