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Dopo due mesi di chiusura totale, è arrivato il momento di riacquistare la nostra libertà, con cautela. La fase 2 è arrivata, i cittadini hanno ricominciato ad uscire a passeggiare per piacere e non più solo per “sport”, il lavoro è ricominciato, i bar e i ristoranti hanno aperto.

Si possono vedere i propri parenti e amici, si può di nuovo prendere da bere mentre si chiacchiera, sempre con le dovute distanze, e con i dispositivi di protezione.

Lunedi, giorno dell’”apriamo tutto”, mi sono affacciata all’uscio di casa, mascherina alla bocca, e ho fatto una passeggiata fino alla Conad vicino casa . Ero stupita. Tutto sembrava apparentemente uguale: traffico intenso per le vie del centro, bar gremiti, strade affollate di pedoni. L’unico elemento estraneo in questo quadro urbano è lei, l’onnipresente mascherina. Apparentemente, solo lei incarna tutta la paura e il dolore che abbiamo passato in questi due mesi. A volte, il disagio causato dalla mascherina fa il paio con i guanti, indossati dai più solo per fare la spesa, dai pochi in qualsiasi momento di vita quotidiana.

Insomma, l’unico disagio a prima vista rimasto è puramente fisico. La vita ricomincia, lentamente, cercando di mettersi in pari con il tempo perso. Poi ho iniziato a notare piccole cose. È stato il lunedi sera, quando sembrava che Bologna avesse rimosso dei cancelli invisibili: la città era in tumulto, gruppi di persone assaltavano i bar, urlavano da una strada all’altra, riprendevano possesso delle piazze. Alcuni indossavano rigorosamente la mascherina, abbassandola soltanto per bere, altri senza di essa, alcuni, nel mezzo, i dubbiosi, la tenevano semplicemente appoggiata al mento, a coprire solo un labbro, a volte guardandosi attorno furtivamente, come se avessero paura di essere rimproverati dai passanti.

Ci siamo ritrovati davanti al bar storico, c’erano persone che non si rivedevano da prima del lockdown, mascherina al viso, la felicità che traspariva dagli occhi stretti dai sorrisi, poi arrivava il momento dell’abbraccio, e li accadeva. La rigidità. Le braccia che si tendevano, e si riabbassavano subito dopo. Lo sguardo del dubbio. “Posso abbracciarti, o hai paura?”.

Erano episodi che duravano pochi istanti, poi la situazione si risolveva in un gomito contro gomito, o in un abbraccio liberatorio.

Ma succedeva. E succede. E sono convinta che continuerà a succedere per molto tempo. Questo virus, questa reclusione forzata, ci ha tolto la scioltezza negli affetti. Ora, in quei gesti per noi tanto naturali, si insinua il dubbio, che non può essere fugato, se non evitandoli.

Come si costituirà la società post Covid? Sarà una società che si farà comandare dalla paura, che si chiuderà in se stessa, barricandosi nelle sue idee e nei suoi pregiudizi, che userà l’incertezza dilagante come modo per trovare l’ennesimo capro espiatorio?

O, al contrario, sarà una società che si ricostruirà ripartendo dalle fondamenta, cercando di fare tesoro degli errori del passato, una società disposta ad aprirsi intellettualmente ed emotivamente all’altro, cercando di non fare distinzioni basate su categorie prive di logica?

Che le distinzioni siano assolutamente una costruzione fasulla, un ologramma, l’ha dimostrato questa pandemia. Il virus non ha preferenze.