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Gli anni ’80 sono stati il pane delle Rockstar. Springsteen imperversava su tutte le copertine, nel 1984 esce Born in the Usa; Michael Jackson consegna Thriller alla storia della musica e poi Bowie, The Queen al Live Aid. 

Con l’arrivo degli anni ’90 invece, con Italia ’90, si riapre l’era della passione calcistica. Il Milan degli Olandesi dispensa idee e concetti calcistici, che conquistano l’Europa del pallone.

“Con un salto siamo nel Duemila, alle porte dell’universo”.

Proprio il Duemila si apre con l’incertezza e la preoccupazione del nuovo millennio, che si porta appresso novità e cambiamenti. La cultura Pop si è affermata definitivamente e l’economia è il leitmotiv delle società. 

Qualche anno fa invece, a prendere la scena sono stati gli chef, stellati, che hanno rivoluzionato la percezione del cibo, la concezione del mangiare. Il termine filosofia culinaria ora acquisisce significato, al cibo si aggiunge il principio di estetica. I programmi televisivi ci piacciono e ci inducono in qualche modo a pensare diversamente, a ricercare soluzioni differenti, ad organizzare un ragionamento coerente in fatto di cibo, ad inserire in qualche modo e per qualche strana ragione, tutto questo nel panorama artistico. 

Sui social, viene utilizzato lo strumento fotografico, per rappresentare, filtrando anche i colori originali, ciò che si mangia. 

Forse, a pensarci bene, tra Gli asparagi di Manet, che nascondevano allusioni erotiche e il FoodPorn di Instagram non c’è tutta questa differenza; forse le nature morte di Cézanne avevano alle spalle lo stesso dilemma, la stessa curiosità, che tutt’oggi persiste, ma con connotati differenti, ovvero quella di confrontarsi con il cibo e prima ancora con la visione del cibo, cioè di spostare la relazione da un punto di vista materico, quasi esistenziale, ad un’astrazione identitaria, erudita.

Questa necessità conferma la nozione di cibo come sovrastruttura, che veicola un messaggio, per l’appunto al pari della musica, dell’arte. Non c’è più differenza.

Il discorso regge, vale, ma vale ed è valido solo per i paesi, per così dire benestanti; il pensiero del cibo come pensiero, può sussistere solamente, se il pensiero del cibo come sostentamento non è un pensiero a cui far fronte. L’idea di un’elaborazione successiva, la convinzione che non debba solo sfamarci esiste proprio laddove, per fortuna, non c’è immediatezza, non è prioritario sfamarsi. 

A fronte di questo e di una cultura del mangiar bene, oltre che del mangiar sano, c’è tutto un substrato, ovvero un terreno che si posiziona al di sotto, quanto meno per durata nelle preparazioni, fatto di Fast Food, di quell’immediatezza di cui parlavamo prima, che paradossalmente riporta il rapporto con il cibo, ad una concezione di elementarità, ad una condizione fisica, organica per certi versi, che agisce profondamente sulla struttura interna. 

Forse la chiave sarà il rallentamento, la redistribuzione, la comprensione che su questo pianeta siamo uomini, tutti, che la Karpathos greca si affaccia al mare guardando la Turchia, così come fa l’Africa con l’Italia, che durante i venerdì di Quaresima siamo musulmani pure noi. 

Mio nonno coltivava la terra, nell’orto si mescolavano i profumi di un Mediterraneo unito, l’ulivo ha un significato, la vite, il pomodoro. 

*La strada
si riempì di pomodori,
mezzogiorno,
estate,
la luce
si divide
in due
metà
di un pomodoro,
scorre
per le strade
il succo.
In dicembre
senza pausa
il pomodoro,
invade
le cucine,
entra per i pranzi,
si siede
riposato
nelle credenze,
tra i bicchieri,
le matequilleras
la saliere azzurre.
Emana
una luce propria,
maestà benigna.
Dobbiamo, purtroppo,
assassinarlo:
affonda
il coltello
nella sua polpa vivente,
è una rossa
viscera,
un sole
fresco,
profondo,
inesauribile,
riempie le insalate
del Cile,
si sposa allegramente
con la chiara cipolla,
e per festeggiare
si lascia
cadere
l’olio,
figlio
essenziale dell’ulivo,
sui suoi emisferi socchiusi,
si aggiunge
il pepe
la sua fragranza,
il sale il suo magnetismo:
sono le nozze
del giorno
il prezzemolo
issa
la bandiera,
le patate
bollono vigorosamente,
l’arrosto
colpisce
con il suo aroma
la porta,
è ora!
andiamo!
e sopra
il tavolo, nel mezzo
dell’estate,
il pomodoro,
astro della terra,
stella
ricorrente
e feconda,
ci mostra
le sue circonvoluzioni,
i suoi canali,
l’insigne pienezza
e l’abbondanza
senza ossa,
senza corazza,
senza squame né spine,
ci offre
il dono
del suo colore focoso
e la totalità della sua freschezza.

*Pablo Neruda, Ode al pomodoro

Illustrazione di Alice Tomola