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Guardo l’artista armata di grembiule e coltelli: una donna, mia madre, capace di dar vita ad un lavoro grazie all’intensa passione e dal forte gusto di soddisfare gli altri attraverso le proprie creazioni, vere e proprie opere d’arte fruibili attraverso i nostri sensi.
Tocco ingredienti con il pensiero per una ricetta perfetta: cinque le dita della mano di mia madre, cinque i sensi che mescolano galassie interiori fino a sfornare alchimia ed emozioni, trentadue i denti del sorriso d’ogni uomo quando i quattro della forchetta raggiungo il palato, creatività q.b.
Sento i miei occhi chiudersi al contatto di sapori ed emozioni date dai profumi di quelle tele edibili e colorate su piatti bianchi, sensazioni che mi permettono di vedere oltre le mie palpebre.

Grazie ai miei sensi riconosco il valore di un’opera culinaria, la stessa che aleggia sui fornelli di casa, distinguo le sue differenze, do giudizi tanto più precisi e raffinati quanto più le mie percezioni sanno leggere correttamente il piatto, ma come in un’opera d’arte, c’è tuttavia dell’altro.

L’arte è emozione e la cucina può e vuole essere emozione.
La cucina, come l’arte, è capace di evocare e rievocare continui ricordi ed infinite sensazioni, e Marcel Proust se ne accorse al primo morso, i suoi stessi pensieri sapevano delle madeleine che zia Leonia gli offriva dopo averle inzuppate nel suo infuso di tiglio.
Allo stesso modo noi scegliamo di mangiare sempre meno per sfamarci e sempre più per emozionarci perché la cucina racconta storie, ninna nanne di una madre che cerca di farti assaporare il gusto di diverse vite in un sol boccone.
Io sono nata sotto l’ala di un’artista che mi ha insegnato l’amore per la cucina, facendomi crescere satolla ma mai sazia di quegli odori e quella bellezza che si mescola nel calore di un semplice piatto.
La cucina è amore, ecco perché ho sempre pensato che mia madre avesse un sesto senso.