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“Helena scrive a voce asciutta il suo italiano caparbio e preciso che sa schioccare e bisbigliare, lingua esatta di chi ha saputo farsi scrittore in italiano, qualcosa di più intenso di scrittore italiano…
È il raro caso di chi risale alla storia dei genitori anche contro il loro silenzio e la raccoglie a sillabe da una reticenza infinita.
È il raro caso di chi onora il padre e la madre nel senso letterale del verbo ebraico del comandamento: kabbèd, dar peso”.

Sono le parole di Erri De Luca che su Helena Janeczek, scrittrice vincitrice del 2018 del Premio Strega con La ragazza con la Leica, nata nel 1964, figlia di genitori ebrei polacchi scampati allo sterminio e stabilitisi in Germania e poi in Italia.

Nel suo romanzo d’esordio, Lezioni di tenebra, racconta la deportazione della madre fuggita da un ghetto polacco per evitare la sorte che toccherà inesorabilmente agli altri componenti della sua famiglia: nei fatti tale soluzione – adottata per la disperata forza del desiderio di vivere che sente dentro di sé – le provocherà un profondo senso di colpa. Arrestata e deportata ad Auschwitz nel ’44, la madre, Nina Franziska, non rivelerà questa storia, come quella analoga del marito, se non a cinquant’anni di distanza dagli eventi. Nel libro, emerge il tema dell’enorme difficoltà di parlare di questi tragici eventi: la madre li racconta alla figlia soltanto quando insieme compiono un drammatico viaggio della memoria in Polonia. Nel romanzo la narrazione è scandita in puntate, inserite in una serie di episodi e riflessioni sulle dinamiche dei conflitti nelle dinamiche familiari e generazionali.

Le considerazioni metalinguistiche della scrittrice e sul tedesco prendono un grande spazio all’interno dell’opera. Del resto, l’autrice vive in Italia da più di trent’anni, ha studiato all’Università Statale di Milano e appartiene dunque alla generazione successiva dei protagonisti della Shoah: per la sua generazione l’identità linguistica è molto meno problematica e il suo passaggio all’italiano si verifica, per un fenomeno di contatto, di osmosi con l’ambiente circostante. Helena Janeczek si stupisce della scarsa attenzione all’eteroglossia e la ritiene sintomatica di discendere dalla questione dell’intolleranza. Afferma infatti: “Qualcuno sistema ancora i miei libri nello scaffale della letteratura straniera, qualcun altro si è lamentato che oggigiorno gli editori lavorano così male da omettere l’edizione originale e il nome del traduttore.”

“Due cose non si possono guardare in faccia: il sole e la morte” ha scritto La Rochefoucauld nelle sue Massime. La visione diretta della grande luce e del grande buio sono per noi intollerabili. Si può essere ciechi per troppa luce o per troppo buio. Per questo occorre abituarsi gradualmente all’una come all’altro. Ed è proprio così, per gradi, che queste Lezioni di tenebra ci portano al grande buio, al cuore nero della storia: Auschwitz.

In un racconto nutrito di biografia, che diventa anche biografia di una generazione, l’autrice esplora, pagina dopo pagina sempre più in profondità, il rapporto con sua madre, l’unica di due famiglie numerose a essere sopravvissuta alla Shoah, insieme al padre: ebrei polacchi, vissuti in Germania, dove la figlia Helena è cresciuta sentendosi totalmente estranea al mondo tedesco e alla sua cultura, pur usandone la lingua. Non soltanto una memoria sulla Shoah, ma un resoconto appassionato e allo stesso tempo lucido che punta a misurare l’intensità del contraccolpo nella generazione successiva. E il contraccolpo sta nell’impossibilità di avere radici,nella confusione linguistica, nel bisogno disperato di appartenere e nella condanna crudele di sentirsi estranei, comunque e dovunque. Sta nello stupore di fronte al destino, al male, alla sorte.

“Vorrei sapere se è possibile trasmettere conoscenze e esperienze non con il latte materno, ma ancora prima, attraverso le acque della placenta o non so come, perché il latte di mia madre non l’ho avuto e ho invece una fame atavica, una fame da morti di fame, che lei non ha più. […] Questa fame particolare e chiaramente nevrotica che si scatena in certi momenti davanti a un pezzo di pane, pane di qualsiasi tipo, buono, cattivo, fresco, gommoso, secco. Arrivo perfino ad azzannare tozzi di pane duro, non ne butto mai via nemmeno un po’, raccatto le briciole dalla tovaglia per mangiarle. Soffro di una leggera bulimia da pane, ragione principale, forse unica, della mia abbondanza fisica così spesso criticata da mia madre. Ma anche senza sfoghi incontrollati devo sempre mangiare tutto il panino che ho preso in mensa. Me l’ha insegnato lei che il pane è sacro, che lei, quando vede in strada un pezzo di pane, lo raccoglie e lo mette da qualche altra parte più in alto, per non lasciarlo lì, per terra. Ho imparato fin troppo bene la lezione, forse sta tutto qui. […] Dice che la sua inappetenza gliel’ha curata la guerra e riscuote sguardi complici di chi appartiene alla sua generazione e ricorda l’eroismo della fame. Non dice di quale fame ha sofferto e che molti sono i significati della frase “non c’era niente da mangiare”. Non dice che per puro caso o miracolo non è morta di fame o, più probabilmente, morta ammazzata per astenia da denutrimento, ammazzata col gas.”

Illustrazione di Silvia Guarlotti