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Dahlia non crede in niente da quella vigilia di Natale del ’96 quando il padre, rincasato dopo l’ennesima sbronza, le aveva letteralmente sputato in faccia una verità che sapeva di gin scadente, facendo a brandelli una piccola busta da lettere custode di promesse e desideri: “Babbo Natale non esiste”.
Cresciuta a pane e “non lo so”, Dahlia non si è mai preoccupata di darsi risposte perché accettava, con il fare di chi dalla vita non si aspetta nulla, né nulla vuole, tutto quello che arrivava, senza provare sofferenza, rancore, felicità, stupore. Quella notte si è rotto l’incanto che fa guardare il mondo con le lenti colorate, quelle che offuscano le cose brutte. Da allora le ha viste tutte, a partire dalla sagoma di suo padre sulla soglia di casa, l’uomo nero sempre di spalle, solo un’ombra da scacciare via di tanto in tanto, nei giorni rossi del calendario di Dahlia, compleanni, diplomi, lauree e promozioni. Se non puoi dare un volto al dolore, lui non può trovarti.
La madre di Dahlia, dal canto suo, era diventata una fonte di odio e frustrazioni per mettere su un esemplare di donna dal cuore di pietra: Dahlia non piangeva, Dahlia non sbagliava, Dahlia non aveva bisogno di supplicare. Dahlia non cercava la rivincita per evitare il dolore della sconfitta.

Il risultato era una donna di trentadue anni completamente sola, senza un compagno, senza figli, senza nessuno di cui prendersi cura. Aveva un pesce rosso ma non gli aveva dato neppure un nome e il momento più esaltante della loro convivenza è stato quel tuffo che gli ha fatto fare giù per il condotto fognario in un momento di noia assoluta. Ma Dahlia non era una persona cattiva. Dahlia semplicemente non aveva mai ricevuto amore, per questo non ne dava.

Il 17 di marzo era arrivata al suo indirizzo una bella busta da lettere color avorio da uno studio notarile di Lecce che, con un elegante corsivo, la informava di essere tra gli eredi del defunto zio Amleto, l’unico  fratello di suo padre, di molto più grande, di cui Dahlia, ovviamente, ignorava l’esistenza, insieme ad un sacco di altre cose. Era rimasto rintanato nel paesino paterno, a Martano, e lì era morto. Cosa poteva mai aver ereditato da quello sconosciuto? Per un attimo si scoprì interessata a quell’enigma, fino a quando non sopraggiunse di nuovo la noia, fedele compagna.

Il giorno seguente era sul treno che l’avrebbe condotta alla fine dello stivale, nella terra del sole, del mare e del vento. Martano, piccola e raggomitolata su sé stessa, ma piena di anime, in ogni angolo, in ogni pianterreno. Scesa dal treno Dahlia aveva capito una cosa: a Martano il tempo non scorreva, si era fermato. Le strade, il griko, e le persone; le mura, il fossato, le torri e il castello; le case a corte, gli stemmi, i portali e le colonne angolari; le chiese, troppe. Tutto era immobile e sacro, e al pensiero rise, perché non aveva la minima idea di cosa volesse dire. Ma lì si riusciva a percepire anche il silenzio, i segreti sussurrati alle orecchie, le chiacchiere tra dirimpettai, gli sguardi di chi ti ricorda che non sei figlia di quella terra.

Un ragazzino, doveva avere poco più di dieci anni, le andò incontro sulla strada principale, correndo. Aveva il fiatone e le ginocchia sbucciate; il suo gioco era stato interrotto sul più bello dall’ordine di recuperare Dahlia che lo osservava impacciato trascinare la sua valigetta. Arrivarono dinanzi a un pianterreno con le pareti bianche, identico a tutti gli altri, con il tetto basso e la porta semichiusa dalla quale si poteva chiaramente udire il pianto disperato di una donna.
«Che cosa succede?», chiese Dahlia al ragazzo, «Credevo che zio Amleto fosse solo, e invece senti come piangono».
«Sono le chiangimuerti di Martano. Stanno piangendo mentre gli uomini del paese portano la bara al cimitero, lo fanno sempre, ogni volta che muore qualcuno. Piangono ogni volta». Esitò un attimo prima di entrare: le donne erano sedute in semicerchio, tutte vestite di nero, col capo coperto da un fazzoletto; si abbracciavano una per volta mentre intonavano un canto in lingua grika, un lamento incomprensibile ma colmo di dolore.
Una delle più anziane stringeva tra le mani due ciocche grigie dei suoi capelli, le tirava, quasi a volersele strappare. Altre donne agitavano in aria dei fazzoletti bianchi, appoggiavano le guance sui palmi delle mani che poi battevano sul petto.
Dahlia senza rendersene conto cominciò a intonare la nenia, impressa come l’ultima filastrocca che aveva recitato da bambina: «Tatìllu, nu ‘n c’aviva rumanì, tatìllu, nu ‘nc’aviva rumanì! E mmò nun ti vidìmu cchjùni, tatìllu mìju!». “Padre mio non dovevi lasciarmi”, urlava Dahlia mentre muoveva la testa in avanti e poi indietro, e ancora e ancora e ancora. Quella parola, silenziata sulle labbra come una bestemmia, per anni, le era esplosa nel petto. In quella danza di mani, di parole dal sapore antico, di solitudini e di unioni, scendeva una lacrima sulla sua guancia, dopo tanto tempo. In quel teatro luttuoso, in una casa spoglia, lontana, era riuscita a provare tutto il dolore del mondo, ad accoglierlo, comprenderlo e averne, tutt’a un tratto, bisogno. Dahlia tra i brandelli della sua anima aveva riscoperto la vita grazie alla morte, nella terra del pianto.