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Ce ne sono. Non sono molti e sotto certi aspetti si somigliano, ma ce ne sono.
Sono donne e uomini, scrittrici e scrittori che ci appartengono e ai quali apparteniamo.
Capaci di analizzare con empatia e lucidità il tempo che abitano, di riconoscere chi, sotto le spoglie più innocenti e in abiti civili, soffre di un male incurabile: l’idolatria dell’uomo forte.

Corrado Alvaroantifascista per temperamento, per cultura, per indole, per inclinazione, per natura, è stato uno degli scrittori capaci di vivere una vita piena e nel momento più buio di accendere una luce.

Ha smascherato e puntato l’indice, o meglio la Parola, contro lo scivolamento indebito di troppe coscienze, corrotte dalla paura, frustrate, tra le braccia di uomini anonimi e senza volto, ma con la camicia nera ed il berretto militare.
Uomini costruiti dalle barrette interscambiabili del meccano, entro cui si distingueva il disegno d’una concitata adunata di massa da parte di colui che oggi è tristemente noto come Duce.

È il 1938 e Corrado Alvaro, in anticipo di ben sette anni su La fattoria degli animali e addirittura di nove su 1984, i due famosissimi e com’è giusto che sia celebrati libri di George Orwell, pubblica L’uomo è forte, forse la più suggestiva distopia del Novecento italiano.

Sconcertante anticipo, aggiungerei, e nel segno d’una grande consapevolezza storica e critica, anche dell’editore Valentino Bompiani.

Il romanzo si sarebbe dovuto intitolare in tutt’altro modo. È lo scrittore stesso che lo rivela ai suoi lettori italiani in un’Avvertenza pubblicata nella prima edizione dopo la caduta del fascismo, presumibilmente la settima:

“Il titolo originale di quest’opera era Paura sul mondo, e tale è rimasto in alcune traduzioni che se ne sono fatte in altre lingue. Ma al censore italiano del passato regime quel titolo non piacque, ed egli impose che fosse mutato.”

L’uomo è forte è una protesta contro il terrore, contro le condizioni dell’uomo sotto ogni oppressione, sia essa di Franco o di Mussolini o di Hitler o della Ghepeù, ed anche una catarsi terapeutica da una nevrosi ossessiva che gli impediva di andare in pubblico, specie nei teatri.

“Dopo averlo scritto, mi pareva di sentirmi scaricato, di avere potuto parlare, sia pure in forme coperte.”

Alvaro, in nome d’una concezione integralmente liberale, fondata sulla tutela di irriducibili diritti individuali, critica una concezione collettivistica della società e la mera ipotesi d’uno Stato etico che si sostituisca alla coscienza soggettiva.

L’uomo è forte non insorge per caso nell’opera di Corrado Alvaro, ma arriva da molto lontano. Fondamenta del romanzo sono le metropoli europee e industriali che lo scrittore, inquieto viaggiatore negli anni Venti e Trenta, aveva conosciuto molto bene e da vicino: Parigi, Berlino e le grandi città della Russia, delle quali avrebbe dato testimonianza nella sua intensa attività giornalistica.

Sempre nell’Avvertenza lo scrittore di San Luca sottolinea come sia stato sempre il censore fascista a obbligarlo a precisare, quanto al romanzo, che l’azione di esso si svolgeva in Russia.
Non senza aggiungere che il medesimo censore aveva anche voluto che da quella premessa cadessero le righe in cui si dichiarava che il libro voleva rappresentare uno stato d’animo.
Degli uomini colpiti, in quegli anni, dalla malattia diffusa della paura e dall’oppressione.

Uno stato d’animo che pare trovare un correlativo oggettivo, se così si può dire, già nelle prime pagine del romanzo. Dale cresciuto all’estero e lì ancora residente, visita l’Esposizione internazionale allestita nella città in cui vive, in particolare il padiglione dedicato alla sua patria:

“Gli fece molta impressione una scultura che rappresentava una coppia, uomo e donna, alta otto metri, di gesso, che avanzava con passo forte guardando sicura davanti a sé. La coppia di gesso, che avanzava stringendosi la mano, faceva anche paura. Essa simboleggiava la nuova umanità nata da una sanguinosa rivoluzione.”

È sul piano della storia sociale dell’arte, una grande intuizione. Alvaro coglie, prima degli specialisti, il significato profondo di quel gigantismo monumentale che agitava, in quegli anni, l’arte celebrativa di regime. Una compensazione puerile all’angoscia di vivere in una società massificata, composta da individui anonimi, per la prima volta senza volto e in difetto d’anima o, di quell’anima, gelosamente custodi nel segreto di se stessi.

In conclusione, è bene rileggere questo romanzo, che resta uno dei cupi e disperati monumenti del secolo breve, documento storico e caposaldo della narrativa europea. Perché?

Perché come direbbe il mio amico e cofondatore di Educare alla Bellezza Francesco Di Donna, “O tempora, o mores! Ciclicamente l’uomo cade nel baratro: scomodando la teoria dei corsi e ricorsi storici, da Vico a Machiavelli, questo è uno dei grandi insegnamenti che la Storia vende a caro prezzo, dall’Impero Romano ad oggi. 

Disegno originale di Lorenzo Stangalini, rielaborato da Silvia Guarlotti