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Viviamo nel paese della cultura, della storia dell’arte, dei bei paesaggi, nel famoso paese di santi e poeti. Viviamo in Italia, ma ancora nel 2017, sono il 41,0% le persone di sei anni e più che hanno letto almeno un libro per motivi non professionali (circa ventitre milioni e mezzo) – dato Istat; di questa percentuale inoltre, la popolazione femminile mostra una maggiore inclinazione alla lettura già a partire dai sei anni: complessivamente il 47,1% delle donne, contro il 34,5% dei uomini, ha letto almeno un libro nel corso dell’anno. Probabilmente aveva ragione il premio Nobel Rita Levi Montalcini quando diceva che La donna è stata bloccata per secoli. Quando ha accesso alla cultura è come un’affamata. E il cibo è molto più utile a chi è affamato rispetto a chi è già saturo.
Sdraiata sul prato, un bel pomeriggio soleggiato in parco Sempione a Milano, non posso fare a meno di pensare ad un’altra famosa citazione, sempre di una donna, che diceva:

La società di massa non vuole cultura, ma svago.                      

Era la filosofa Hannah Arendt a scrivere queste parole, ed è vero, non siamo più nella società di massa, nella cultura di massa, la contemporaneità ha lasciato sfocare anche i confini della terminologia, ma credo che questa affermazione della Arendt sia ancora attuale. Cammino per questa splendida città che negli ultimi anni ha fatto salire alle stelle il suo aspetto “culturale” e vedo solo luoghi carichi di cultura; la cultura si respira ovunque, nei festeggiamenti per i cinquecento anni dalla morte di Leonardo, nelle biblioteche, nei teatri, nei musei. Ogni luogo è pieno di gente, di turisti, di bambini…è stato un compromesso inevitabile quello di far incontrare cultura e svago? E se la fila davanti a Palazzo Reale è uguale alla fila davanti al Blue Tornado, che cosa ci lascia la cultura? Eppure le persone sono tante, tutti appassionati di Caravaggio? Tutti interessati a chiedersi se sia surreale definire surrealista la pittura di Frida Kalho? Non lo so. Ma la questione trita e ritrita della cultura pop e di quando debba essere pop la cultura non mi ha mai convinto fino in fondo. Svago e cultura sembrano finalmente aver trovato dei punti in comune (come coppia, s’intende) eppure a me questa relazione amorosa che riempie mostre (ma non tutte) teatri (ma non tutti) cinema (questi sì, quasi tutti perché si sa, la settima arte è il vero ponte tra cultura e svago) non mi convince affatto. Mi siedo di nuovo al parco, apro il mio libro e inizio a leggere. A un tratto, come per magia, qualcosa mi distrae; è un’altra citazione – questa volta di un uomo – che scriveva:

Puoi leggere, leggere, leggere, che è la cosa più bella che si possa fare in gioventù: e piano piano ti sentirai arricchire dentro, sentirai formarsi dentro di te quell’esperienza speciale che è la cultura.

E’ Pier Paolo Pasolini ad aver scritto queste parole e a ricordarci quale sia il lascito della cultura: un insieme che proviene dallo studio, dalla lettura, dall’ambiente e che dentro di noi cresce, si connette, si modifica e arricchisce lo spirito e la capacità di giudizio. C’è un elemento che caratterizza –forse- la cultura, ed è il suo essere passionale, non gratuita e quindi sì, anche sacrificante. E infatti si dice portare il peso della cultura, perché non è come fare la fila al parco giochi; la dedizione, il sacrificio, ma soprattutto la curiosità fanno sì che quell’esperienza di cui parla Pasolini possa crescere dentro di noi.

E persa in queste riflessioni la mia mente fa un’altra associazione e mi ritrovo a pensare ad un libro del 1953 di Ray Bradbury dove viene descritta una società in cui leggere libri e possederne viene considerato un reato e dove i libri vengono bruciati: Ecco perché un libro è un fucile carico, nella casa del tuo vicino. Diamolo alle fiamme! Rendiamo inutile l’arma. Castriamo la mente dell’uomo. Questa una famosa citazione del romanzo; allora sorrido, guardo il libro che ho nella mia mano e penso che non c’è fila che tenga, è questo il vero luogo della cultura. La cultura sta in una mano.