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L. Feuerbach: “Der mensch ist war er ist”

Il filosofo materialista Feuerbach sosteneva che l’uomo è ciò che mangia, portando avanti un’idea decisamente radicale: la coincidenza tra essere e mangiare. Oggi è quasi impossibile pensare a noi stessi come ciò che mangiamo; sarebbe più opportuno orientarsi verso un’idea leggermente più soft: l’uomo mangia in base a com’è e ( ora più che mai) le cose buone sono innanzitutto cose buone da pensare (e poi sì, da mangiare!); anche perché in realtà nessuno mangia solo per nutrirsi e soprattutto nessuno mangia a caso, solo per riempire lo stomaco. Anzi, l’uomo mangia per essere, è quindi vero il contrario.

Il nesso tra filosofia e cucina è molto più stretto di quanto si possa pensare: si pensi al cibo come metafora del pensiero nei modi di dire quotidiano: avere fame di conoscenza oppure sete di sapere, piuttosto che divorare un libro o addirittura bersi una storia…

Anche se in realtà a pensarci meglio, è molto più azzeccata l’idea per la quale leggere è mangiare e scrivere è cucinare. La produzione del pensiero è in stretta analogia con la produzione di cibo: separare le materie e ricomporle in altro modo per dare vita a qualcosa di nuovo. Il sistema della filosofia si è sviluppato attraverso riflessioni, trattati, articoli e la cucina – allo stesso modo – si è sviluppata attraverso la sua letteratura, fatta di rituali: le ricette. Le ricette di cucina, al pari di ogni altra lettura, sono portatrici della cultura dei popoli che descrivono; mediante esse vengono descritte le abitudini culturali di tutti noi…ma non solo. Con le ricette i piatti acquisiscono una delle caratteristiche più care alla storia del pensiero (soprattutto antico) ovvero l’universalità dell’originale – caratteristica fondamentale delle idee platoniche. I piatti, trasportati e tramandati con le ricette diventano identificabili e riproducibili. Non semplici istruzioni quindi, ma letteratura vera e propria; e il cuoco non è un esecutore passivo, ma un vero e proprio creatore.

In greco infatti il cuoco era detto màgeiros ovvero «colui che impasta, che fa» e che facendo, crea. Ed ecco che si arriva alla vera analogia con la creazione del pensiero: la totalità – anche in cucina –  è diversa dalla somma delle parti che la compongono: ciò che serve per avere la totalità è quella sintesi armonica che solo la mano dell’uomo può dare.

Vi è una dimensione simbolica del cibo – come dicevamo – e mangiare non è solo una questione materiale «se mangio un dolce rosa, il suo sapore è rosa» diceva Sartre, e ancora «ogni cibo è un simbolo»; nell’uomo c’è sempre cultura. E se questo è certamente vero, sappiamo anche che non si mangia solo con la bocca ma attraverso di essa, come anche si parla; con la bocca si produce, essa è lo strumento del logos. Con il logos l’uomo si emancipa dalla sua natura animale, bestiale e diviene creatore di cultura, e, sì! Anche di cibo.

Diceva Hegel nella sua Enciclopedia che nella bocca parole, baci, cibo e sputi si confondono. La bocca è la porta verso il mondo.

Ma ora la domanda sorge spontanea: che rapporto hanno avuto i maestri del pensiero con il cibo? Si sa che Platone non era molto interessato al cibo, nel suo Fedone lo definisce come una distrazione dalle cose più alte, custodite nel mondo immutabile ed eterno delle idee. Il cibo d’altra parte, la sua preparazione e l’appetito, è troppo connesso al corpo per essere considerato da Platone degno di argomentazione. Sappiamo però che lo stesso Platone adorava olive e fichi secchi e che ne mangiava in grosse quantità.

Pitagora professava il vegetarianesimo (perché le anime potrebbero reincarnarsi anche negli animali) e proibiva ai suoi discepoli di mangiare fave! Per arrivare ai maestri del pensiero moderno invece si sa che Nietzsche adorava uova, noci, patate, pane, latte ma soprattutto salsicce e che nel suo Ecce homo scrive: «La cucina piemontese è la mia preferita». L’integerrimo Kant era invece una buona forchetta, faceva pasti molto lunghi e mai da solo (perché lo considerava nocivo), inoltre pare che aggiungesse senape a tutte le pietanze e andasse matto per il baccalà, il formaggio olandese e per il caffè.

Pare quindi che la relazione tra il pensiero e lo stomaco sia molto più stretta di quanto si possa pensare, e se con lo stomaco vuoto si ragiona male, si pensi al proverbio latino: Primum vivere deinde philosophari e quindi…buon appetito!