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«Penso che nel giro di pochi anni, quando sarà morto l’ultimo di noi, la storia della Shoah diventerà prima solo un capitolo in un libro di storia, poi una riga e poi non ci sarà più nemmeno quella»

Liliana Segre

Questa amara considerazione risale a poco meno di 15 giorni fa. È Liliana Segre a pronunciare queste parole disincantate e dure. Durissime.

Nel 1995, inserito all’interno di una raccolta di saggi[1] curata dello storico Enzo Traverso, il sociologo Jean-Michel Chaumont pubblica un breve scritto, a metà tra sociologia e scienza storica, intitolato «Auschwitz oblige?». Cronologie, periodizzazioni, inintellegibilità storica, nel quale afferma che l’esperienza dei campi di sterminio[2] obbliga costantemente e scientificamente a misurarsi con la Storia e la memoria attraverso un nuovo rapporto, che ha come base ineludibile la storicizzazione del nazismo, dei suoi crimini e genocidi.

Riguardo ai campi di sterminio, un’insolita e latente tendenza, oggi viva più che mai, sembra comunicarci che, indipendentemente dalla prospettiva cui si provi a parlare dell’esperienza concentrazionaria: partendo dalle fabbriche della morte di Auschwitz-Birkenau, Treblinka, Sobibor, Chelmno, Belzec, dai numeri identificativi marchiati a fuoco sulle braccia dei deportati oppure dai volti di Heinrich Himmler, Reinhard Heydrich, Adolf Eichmann o Joseph Goebbels, architetti della Endlösung, la “soluzione finale”, intorno ad essa esista ancora un alone che la rende inspiegabile, come se trascendesse l’uomo. Questo sentimento, alcune volte più manifesto altre più nascosto, psicologicamente comprensibile ma intellettualmente inaccettabile, ha provocato e provoca un cortocircuito che rischia di spingere l’esperienza dei campi di sterminio verso una dimensione metastorica o, addirittura, astorica.

Storicizzare il nazismo, il genocidio del popolo ebraico, di quello Rom e Sinti è tanto necessario quanto urgente perché vuol dire, innanzitutto, accettare che esso sia nato e cresciuto nella società moderna e industrializzata, nella quale noi viviamo. Significa porsi il problema della nostra responsabilità storica nei confronti del passato e, magari, chiedersi da che parte saremmo stati. L’amara considerazione di Liliana Segre riprende, cinquant’anni dopo, l’affermazione dello scrittore austriaco Jean Améry che in Intelletuale e Auschwitz scrisse: «Il Reich hitleriano per qualche tempo ancora verrà considerato come un incidente di percorso storico. Infine, però sarà semplicemente storia, non migliore e non peggiore di quanto non lo siano in genere tutte le epoche storiche drammatiche: macchiato di sangue forse, ma pur sempre un Reich con una sua quotidianità familiare.[3]»


[1] E. Traverso, (a cura di), Insegnare Auschwitz. Questioni etiche, storiografiche, educative della deportazione e dello sterminio, Torino, Bollati Bolinghieri, 1995.

[2] Nell’insieme dei saggi curati da Traverso si preferisce utilizzare l’espressione simbolica «Auschwitz», piuttosto che Shoah, per riferirsi alla totalità dei crimini e dei genocidi nazisti.

[3] J. Améry, Intelletuale e Auschwitz, Torino, Bollati Boringhieri, 1987, pp. 133-34.