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È la mattina del primo luglio 2019, la mattina del mio orale di maturità. Una mattina speciale, coronamento di cinque anni di vita, di un viaggio che mi ha dato la possibilità di capire chi e cosa fossi. Percepisco tutta la grandezza di questo momento, la sento addosso, e la voglio vivere tutta. Ho in mente queste cose ed altre ancora, mentre mi trovo davanti al piccolo banco in cui sono appoggiate le tre famigerate “buste”: la modalità d’esame prevede infatti che il candidato ne scelga una, ed utilizzi l’argomento al suo interno per strutturare un discorso che tocchi tutte le materie in commissione. Mi trovo davanti a loro, le osservo, ed infine scelgo quella centrale: contiene una piccola citazione in inglese tratta da Evelyne di Joyce. Comincio il discorso, trattando a grandi linee la trama dell’opera ed i tratti salienti della vita dell’autore. Poi mi viene l’illuminazione, il collegamento perfetto per far passare l’esposizione da inglese a letteratura: Joyce incontrò Italo Svevo a Trieste nel 1905. Non solo lo incontrò, ma fu fondamentale nella sua vita, pubblicando giudizi lusinghieri sui suoi primi romanzi, Senilità ed Una vita, che fino a quel momento avevano suscitato poca approvazione da parte del pubblico. Essi raccontano la storia di due sconfitti, o per meglio dire, di due predestinati alla sconfitta. Di due mediocri, due inetti. Una scelta che andava a scontrarsi con quelli che erano i gusti del pubblico di quel periodo, che erano abituati ad eroi scaltri, di indole combattiva, basati sul modello d’annunziano. 

Una Vita racconta la storia di Alfonso Nitti, un intellettuale fallito, che si trasferisce dalla campagna alla città di Trieste. Egli lavora in banca e , proprio come Svevo nel periodo di composizione del testo, ha ambizioni intellettuali e velleità di scrittore. Nel testo, per la prima volta, compare la figura dell’inetto che è centrale nella produzione di Svevo e caratterizza gran parte della narrativa di fine ottocento ed inizio novecento. Questa tipologia di personaggio non va confusa con il prototipo del  fallito. L’inettitudine di Alfonso sta nella sua rinuncia alla lotta, nella sua rinuncia alla vita ed all’espressione della sua personalità, e non nel suo essere sconfitto. Svevo inoltre mostra l’antagonismo nella lotta per la vita tra “contemplatori” e “lottatori”. Il contemplatore Alfonso è un personaggio debole e passivo, mentre il suo antagonista, Macario, ha temperamenti energici, da vero lottatore. 

In Senilità invece il personaggio centrale è Emilio Brentani. Egli è un intellettuale fallito di trentacinque anni, che in passato ha pubblicato un romanzo che non ha riscosso alcun successo e si è ritrovato così a condurre una vita da umile impiegato. Anche in questo romanzo come nel precedente tutte le vicende sono incentrate sulla figura di un inetto, che lo stesso autore definisce come “il fratello maggiore di Alfonso”. Anche Emilio è un essere debole e passivo, in preda ai più energici. La differenza tra i due si colloca nel fatto che egli non è più giovane, è un uomo adulto, che si trova a vivere una situazione di paralisi. Emilio vive un’anzianità precoce perchè rinuncia alla vita, ripiegandosi in una triste inerzia. È un personaggio senile pur non essendo vecchio davvero, con una senilità che dipende da una sua condizione interiore. 

Dopo questi due romanzi senza successo, Svevo giurò a se stesso che non avrebbe più dedicato del tempo al “vizio della scrittura”. A pensarci, sembra davvero qualcosa di folle. Ma forse la condizione dei personaggi che lui descriveva non erano solo pura invenzione, ma qualcosa di più profondo che egli si sentiva addosso, un vestito che non sapeva più come togliersi. 

In questa condizione di stallo che stava vivendo, l’incontro con Joyce si può considerare davvero salvifico, insieme al matrimonio con Livia Veneziani, proveniente da una famiglia di ricchi industriali, che gli permette di uscire dalla condizione di ristrettezza economica lasciando l’impiego in banca per diventare dirigente nella ditta dei suoceri.  

Fondamentale, tra il 1908 ed il 1910, l’incontro con la psicoanalisi e le opere di Freud: l’occasione è data dal fatto che il cognato di Svevo fosse in terapia a Vienna presso lo psicanalista. 

Nel 1919 iniziò il suo terzo romanzo, La coscienza di Zeno, pubblicato poi nel 1923. Come i precedenti, in Italia passò abbastanza inosservato. Solo Eugenio Montale, entusiasta del testo, dedicò un ampio saggio su di esso in una rivista letteraria. 

Il protagonista di quest’opera si chiama Zeno Cosini ed è un ricco triestino che per liberarsi dal vizio del fumo si sottopone alla cura psicanalitica. Il suo psicanalista, il dottor S. , vendicativo ed inaffidabile, gli consiglia di mettere per iscritto la sua vita, per poi pubblicarla contro la sua volontà quando egli deciderà di sottrarsi alla cura. Il protagonista, seguendo il consiglio del dottore, nel testo che si trova a comporre mescola realtà e finzione, dimostrandosi un narratore completamente inattendibile, di cui il lettore non può fidarsi.

Zeno, a differenza degli altri personaggi sveviani, è perfettamente cosciente della sua inettitudine, che egli, con uno sguardo a tratti cinico, identifica con una malattia che lo contrappone al resto del mondo, alla “gente sana”. Cavalcando questa autoanalisi psicologica Zeno arriva alla conclusione che la vita stessa è una malattia incurabile e mortale, e che pure la Terra, per mano dell’uomo, è destinata a scomparire. 

Nel capitolo del testo intitolato Il Fumo si legge: 

“Adesso che son qui, ad analizzarmi, sono colto da un dubbio: che io forse abbia amato tanto la sigaretta per poter riversare su di essa la colpa della mia incapacità? Chissà se cessando di fumare io sarei divenuto l’uomo ideale e forte che m’aspettavo? Forse fu tale dubbio che mi legò al mio vizio perché è un modo comodo di vivere quello di credersi grande di una grandezza latente.”

Credo che queste poche righe possano esemplificare bene quello che è l’atteggiamento di Zeno in tutta l’opera: egli è un uomo che “si crede grande di una grandezza latente”, perchè “credersi grande” è più facile che essere grande. Perchè essere inetto, inadatto alla vita, gli viene più semplice che cercare di essere qualcosa di meglio. 

La coscienza di Zeno si conclude con il protagonista che decide di interrompere la cura presso il dottor S. e nella parte finale presenta una riflessione molto moderna ed attuale: 

“Il dottore, quando avrà ricevuta quest’ultima parte del mio manoscritto, dovrebbe restituirmelo tutto. Lo rifarei con chiarezza vera perché come potevo intendere la mia vita quando non ne conoscevo quest’ultimo periodo? Forse io vissi tanti anni solo per prepararmi ad esso! Naturalmente io non sono un ingenuo e scuso il dottore di vedere nella vita stessa una manifestazione di malattia. […] A differenza delle altre malattie la vita è sempre mortale. Non sopporta cure. Sarebbe come voler turare i buchi che abbiamo nel corpo credendoli delle ferite. Morremmo strangolati non appena curati. La vita attuale è inquinata alle radici. L’uomo s’è messo al posto degli alberi e delle bestie ed ha inquinata l’aria, ha impedito il libero spazio. Può avvenire di peggio. Il triste e attivo animale potrebbe scoprire e mettere al proprio servizio delle altre forze. V’è una minaccia di questo genere in aria. Ne seguirà una grande ricchezza… nel numero degli uomini. Ogni metro quadrato sarà occupato da un uomo. Chi ci guarirà dalla mancanza di aria e di spazio? Solamente al pensarci soffoco! Ma non è questo, non è questo soltanto. Qualunque sforzo di darci la salute è vano. Questa non può appartenere che alla bestia che conosce un solo progresso, quello del proprio organismo. […]. Ma l’occhialuto uomo, invece, inventa gli ordigni fuori del suo corpo e se c’è stata salute e nobiltà in chi li inventò, quasi sempre manca in chi li usa. Gli ordigni si comperano, si vendono e si rubano e l’uomo diventa sempre più furbo e più debole. Anzi si capisce che la sua furbizia cresce in proporzione della sua debolezza. I primi suoi ordigni parevano prolungazioni del suo braccio e non potevano essere efficaci che per la forza dello stesso, ma, oramai, l’ordigno non ha più alcuna relazione con l’arto. Ed è l’ordigno che crea la malattia con l’abbandono della legge che fu su tutta la terra la creatrice. La legge del più forte sparì e perdemmo la selezione salutare. Altro che psico-analisi ci vorrebbe: sotto la legge del possessore del maggior numero di ordigni prospereranno malattie e ammalati. Forse traverso una catastrofe inaudita prodotta dagli ordigni ritorneremo alla salute. Quando i gas velenosi non basteranno più, un uomo fatto come tutti gli altri, nel segreto di una stanza di questo mondo, inventerà un esplosivo incomparabile, in confronto al quale gli esplosivi attualmente esistenti saranno considerati quali innocui giocattoli. Ed un altro uomo fatto anche lui come tutti gli altri, ma degli altri un po’ più ammalato, ruberà tale esplosivo e s’arrampicherà al centro della terra per porlo nel punto ove il suo effetto potrà essere il massimo. Ci sarà un’esplosione enorme che nessuno udrà e la terra ritornata alla forma di nebulosa errerà nei cieli priva di parassiti e di malattie”

Le annotazioni riportate sono contenute nell’ultimo capitolo del romanzo, intitolato Psicoanalisi. Esso di presenza come un diario e conserva le annotazioni di Zeno di quattro giorni: il 3 maggio 1915, il 15 maggio 1915, il 26 giugno 1915 ed il 24 marzo 1916. Siamo nel periodo appena successivo l’entrata in guerra dell’Italia. 

Zeno dice al dottor S., e di riflesso anche a tutti noi, di aver capito che la malattia non è un affare di poche persone, ma è comune a tutti gli esseri umani. 

Un finale particolare, amare e grottesco, paradossale, che va a riprendere quella che era la visione del protagonista all’inizio del testo: nulla serve, e nulla può curarlo. Nulla può curarlo perchè la malattia non è qualcosa che caratterizza poche persone, ma è qualcosa di comune a tutti gli esseri umani. Svevo arriva inoltre a preannunciare un’apocalittica fine del mondo, causata da un uomo semplicemente “più malato degli altri”. Il progresso dunque sarebbe per lui solo degenerazione, dovuta alla continua ricerca di sete di denaro. 

Italo Svevo morirà il 13 settembre del 1928 per un collasso avuto in seguito di un incidente automobilistico. Solo a partire dagli anni Settanta verrà riconosciuto il valore delle sue opere letterarie, fatto che in vita lo contrariò molto. Tuttavia noi oggi non possiamo che rimanere colpiti dalla modernità dei suoi personaggi e dalla profondità delle riflessioni di cui egli si fa portavoce.