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Di essere nato sotto il segno dei Gemelli lo dice Dante stesso nel Paradiso. Durante la salita all’Empireo infatti, venutosi a trovare proprio sotto la loro costellazione, non solo li prega per aiutarlo a terminare l’ultimo tratto della difficile ascesa ma ricorda persino come il sole fosse congiunto con essi nel momento in cui, per la prima volta nella sua vita, aveva respirato l’aria della Toscana:

O gloriose stelle, o lume pregno 
di gran virtù, dal quale io riconosco 
tutto, qual che si sia, il mio ingegno,                            

con voi nasceva e s’ascondeva vosco 
quelli ch’è padre d’ogne mortal vita, 
quand’io senti’ di prima l’aere tosco;                           

e poi, quando mi fu grazia largita 
d’entrar ne l’alta rota che vi gira, 
la vostra region mi fu sortita.                                          

A voi divotamente ora sospira 
l’anima mia, per acquistar virtute 
al passo forte che a sé la tira.  

(Paradiso, Canto XXII)

Quindi nell’istante del suo primo respiro, quelle “gloriose stelle” avrebbero infuso in lui tutto l’ingegno di cui si sente dotato.

Sebbene Dante insista sulle virtù delle stelle che avevano presieduto la sua nascita, il poeta non specifica mai quale influsso specifico abbiano esercitato su di lui. Possiamo però presumere, facendo affidamento alle conoscenze astrologiche del tempo, che tali astri gli avrebbero infuso eccellenti qualità intellettuali: infatti, all’epoca si credeva che nella “casa” dei Gemelli erano presenti anche Mercurio e Saturno (la cui congiunzione si era verificata nel 1265: proprio nell’anno della nascita del poeta!) e che i nati sotto tale segno avrebbero maturato particolari capacità di scrittura.

Che anche Dante lo credesse? Ne siamo certi, così come possiamo essere sicuri nel ritenere che, se fosse nato sotto un altro segno, il poeta avrebbe sostenuto ugualmente che esso gli aveva conferito doti simili, quindi fuori dall’ordinario.

Ciò che emerge dalla lettura della Divina e che contraddistingue la personalità di Dante è proprio il suo sentirsi diverso e predestinato: fin da giovane il poeta aveva infatti nutrito l’idea di essere stato investito da Dio nella missione profetica di salvare l’umanità (che non a caso risulta essere lo scopo ultimo del suo viaggio e della stesura della Commedia).

È invece impossibile stabilire se Dante si sentisse veramente un profeta, anche se nella Commedia egli si proclama tale più volte. In questo caso le sue profezie non sono da correlare tanto al privilegio di leggere nel futuro e nel predire gli eventi (cosa che può fare perché i fatti di cui parla erano ovviamente già avvenuti) ma alla capacità di riferire ai vivi i vaticini ascoltati nel mondo ultraterreno.

Beatrice, alla fine del Purgatorio, così come Cacciaguida e San Pietro, nel Paradiso lo investono di questo compito. E siccome la Commedia, come abbiamo visto, non costituirebbe altro che il compimento dell’incarico ricevuto, l’investitura conferita a Dante personaggio ricadrebbe inevitabilmente sull’autore stesso.

Da tali osservazioni non deriverebbe che un ritratto altezzoso e superbo di un poeta che si è arrogato per sé un ruolo di giudice dell’umanità: d’altra parte ci voleva proprio un’autostima spropositata per pronunciare sentenze e accuse così disdicevoli nei confronti di persone di alto rango, molte delle quali erano ancora in vita!

Ciononostante bisogna anche osservare che tale ritratto non corrisponde in toto alla realtà umana e soprattutto psicologica di un uomo che è stato costretto a lasciare la propria città, di un esule che per anni ha cercato invano un luogo che potesse sostituirsi alla patria amata, perduta per sempre.