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Da quando ho iniziato a pensare alla mia tesi magistrale, ovvero ormai due anni fa, la mia preoccupazione principale era essenzialmente il metodo: come si fa una tesi sul campo? Come si può riuscire a passare dalla concretezza della tesi triennale, basata esclusivamente su fonti e studio, a una tesi che si forma quasi totalmente sulle tue esperienze?

Come si fa a decidere qual è il giusto “campo” d’azione? Come ti devi comportare, cosa è importante e cosa no. Verrebbe da pensare che una tesi magistrale, per quanto basata sull’esperienza, abbia bisogno anche di una quantità di appunti improponibile, quaderni su quaderni di riflessione, da sbandierare alla prima occasione.

In realtà, una volta definito l’argomento e il campo d’azione, la cosa più infida è rendersi conto, troppo tardi, che la cosa più difficile non è lo studio o gli appunti, ma la compromissione con l’oggetto del tuo studio.

Ovviamente, chiunque abbia studiato antropologia ha ben presente le difficoltà intrinseche allo studio sul campo: non farsi coinvolgere totalmente, tenere presente il proprio obiettivo, avere sempre un occhio sul campo di studio.

Il problema è che, nel momento in cui inizi ad immergerti nell’ambiente, quando cominci a conoscere chi vi partecipa, a camminare negli spazi, ad interagire, ti rendi conto di quanto ciò che pensi cambi la tua prospettiva: è chiaro che la scelta dell’argomento debba destare interesse per il diretto interessato, soprattutto quando si tratta di “scendere in campo” in prima persona, ma non si può capire fino in fondo quanto questo ti cambierà.

Ciò che prima consideravi come una sorta di “esperimento” e “messa alla prova” personale, arriverà a darti una tale carica di soddisfazione, ad occupare grande parte del tuo tempo, a creare un nuovo gruppo di amici/amiche, persone intellettualmente stimolanti, tanto da portarti quasi a dimenticare l’obiettivo centrale, l’indagine.

C’è chi considera questa parte della ricerca sul campo un problema, qualcosa che ti impedisce di essere puntuale e limpido nell’indagine, e che debba essere imprescindibile il distacco da ciò che vivi: essere semplicemente uno spettatore imparziale, osservatore.

Io personalmente credo che la partecipazione, l’essere “ingoiati” da quel mondo che dovresti indagare, sia il punto di forza di ogni tesi. Il sentirsi parte di qualcosa, cominciare ad apprendere di più su un mondo che desta il tuo interesse, stringere nuove amicizie ti rende sicuramente più difficile l’essere imparziali nelle tue riflessioni, ma dall’altra parte ti permette di partecipare davvero all’oggetto del tuo studio, ti permette di apprendere in prima persona di capire quali sono gli scopi e gli obiettivi, e di condividerne l’importanza.

Credo che il distacco accademico non permetta veramente una comprensione, soprattutto considerando che l’obiettivo principe della nostra disciplina sia quello, tra le altre cose, di partecipare attivamente alla vita sociale e politica e di capirne i meccanismi e le variazioni: cosa non possibile se ci si limita a letture e statistiche.

La partecipazione attiva all’interno del proprio ambito di ricerca è necessaria per poter comprendere appieno determinate dinamiche, e aiuta, soprattutto, chi indaga a mettersi in discussione, a indagare in maniera non propriamente lucida e imparziale, ma sicuramente più sentita e motivata, gli obiettivi e le azioni di coloro che si cerca di comprendere.

E credo anche che questo tipo di atteggiamento sia utile nella vita di tutti i giorni, quando ti trovi di fronte a qualcosa che inizialmente va al di là di ogni comprensione: immedesimarsi e cercare di capire non ti porta sempre all’accettazione, ma perlomeno può portarti alla comprensione di un’opinione diversa dalla tua, cosa pienamente utile, che impedisce la chiusura e il ripiegamento sul proprio pensiero e sulla propria convinzione, e che permette un’apertura essenziale per convivere con ciò che riteniamo, all’inizio, “incomprensibile”.