Tempo di lettura: 4 minuti

Martedì, 13 luglio 1920

Alle 18.00 inizia il comizio in Piazza dell’Unità, annunciato in mattinata dal Fascio Triestino di Combattimento sui giornali nazionalisti di Trieste. A tenere un discorso è il segretario del Partito Fascista triestino Francesco Giunta. Giunta invita i cittadini a vendicare i marinai italiani, morti nello scontro tra italiani e croati avvenuto a Spalato il giorno prima, e a difendere la salvezza dell’Italia. Durante il comizio si innescano degli scontri, nei quali perde la vita in circostanze non chiarite un giovane italiano. La morte del ragazzo è la goccia che fa traboccare il vaso: dalla piazza partono orde di indignati alla volta di negozi, sedi di istituzioni e studi di illustri privati sloveni, ma anche croati e slavi, per attaccarli. I danni maggiori sono inflitti al Narodni dom (Casa nazionale, Casa del popolo o Casa della cultura), un centro multifunzionale in Piazza della Caserma, sede delle principali istituzioni culturali, sportive ed economiche slovene e slave, con un caffè, un ristorante, l’albergo Balkan, una palestra, un istituto di credito, diversi studi professionali e appartamenti. Ci sono truppe poste davanti all’edificio per proteggerlo, ma l’autorità di pubblica sicurezza si trova in una posizione ambigua. Gli attivisti fascisti sparano, forzano l’entrata, distruggono gli interni, cospargono gli spazi dell’edificio di benzina e appiccano il fuoco. Le persone all’interno vengono fatte uscire, una coppia di coniugi si lancia dalla finestra, lei si salva, lui no. Intervengono i pompieri, ma i fascisti ostacolano il loro intervento. Gli attacchi durano fino alle 24.00. L’incendio verrà spento solo il giorno successivo.

Domenica, 6 gennaio 2019

Alle 18.13 Enrico Paoletti si dirige dalla cucina verso camera sua con un libro sotto il braccio. Il libro porta il titolo Grmada v pristanu (traduzione italiana Il rogo nel porto), una raccolta di racconti dello scrittore triestino sloveno Boris Pahor. Il racconto omonimo parla dei fatti avvenuti quel 13 luglio 1920, fatti ai quali prese parte anche lo scrittore, allora bambino di 7 anni. Stanno finendo le vacanze di Natale e domani Enrico deve consegnare il riassunto del libro. Quindi si affretta a leggerlo. Enrico è un ragazzo di 13 anni, frequenta la terza media in una scuola con lingua d’insegnamento slovena, perché così ha voluto sua mamma. Enrico è italiano. Ha imparato lo sloveno a scuola e ci ha anche faticato parecchio. Uno sforzo alquanto inutile: lo sloveno, non lo parla mai e comunque l’anno prossimo andrà al liceo artistico (italiano) di Trieste. In effetti l’assimilazione ha toccato la famiglia di Enrico ancora prima che lui nascesse. Il papà di Enrico, Pietro Paoletti, figlio di genitori sloveni ancora in vita, ha avuto la sfortuna di essere nato negli anni ’60, ancora troppo vicini agli avvenimenti del secondo conflitto mondiale, negli anni di altri conflitti e nuovi confini, in un paese ancora molto diviso in fazioni etniche, a loro volta divise in vecchie e nuove fazioni politiche. La famiglia aveva scelto di non parlare più lo sloveno, di mandare i figli alla scuola italiana, di allontanarsi dagli ambienti sloveni e abbandonare la propria identità nazionale per quella che oggi si chiamerebbe ignoranza, ma che allora si chiamava paura di non poter garantire ai propri figli un futuro degno e uguale a quello degli altri. Pietro Paoletti infatti, se fosse nato trent’anni dopo, probabilmente si sarebbe chiamato Peter Pavletič. Ma a questo punto non saremmo qui a parlare di lui. Pietro lavora in porto a Trieste. Un lavoro duro, esposto alle intemperie, con turni estenuanti, anche di notte. Non ha finito la scuola superiore, causa la scarsa motivazione per gli studi. Poi ha trovato l’impiego al porto, ha conosciuto la sua futura moglie, hanno avuto un figlio. Vive una vita ordinaria: si è costruito una casa, una famiglia, come molti, d’altronde. Ma Pietro si è costruito anche un’identità nazionale. Anzi, l’hanno costruita i suoi genitori per lui. E chissà quanti sforzi e quanti sacrifici per costruirgliela.

Cosa spinge una persona a rinunciare alla propria identità nazionale? A rinnegare questa identità? Sono scelte, queste, da biasimare, o da comprendere, fino ad arrivare a compatirle? Il rogo nel porto. Il porto è una sineddoche, si riferisce alla città di Trieste. La parola rogo però desta un’altra associazione: il rogo come strumento di punizione e ammonimento contro l’eresia. E l’eresia nel Ventennio a Trieste è essere sloveno. Come può una persona diventare quello che non è? Quel rogo nel porto non ha distrutto solo il Narodni dom. Ha distrutto l’identità di molte persone. Come può una persona decidere di diventare, da un giorno all’altro, quello che non è? Quanti fino ad oggi hanno fatto questa scelta? Chiamarla scelta poi è ironico: quanti sono stati forzati a compiere un gesto simile? Nessuno è stato forzato, la possibilità di scegliere c’è sempre. La domanda deve quindi essere riformulata: quanti sono stati volontariamente forzati? quanti hanno involontariamente scelto? Anche riformulata, la domanda non ha senso. E brucia. In realtà sono le risposte a non avere senso. O forse non ha senso dare risposte. Il rogo nel porto non è mai stato spento. Forse non ci sono nemmeno, le risposte. E continuerà a bruciare, finché non se ne troverà uno, di senso.

  • Boris Pahor, Il rogo nel porto, Zandonai, 2008.
  • Milan Pahor, 90 anni fa i fascisti incendiarono a Trieste la “Narodni dom”Patria indipendente, VII 2010, Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, 18 luglio 2010, 29-34. Consultato il 5 gennaio 2019.
  • Raoul Pupo, Roberto Spazzali, Il rogo del Narodni Dom – 13 luglio 1920, Le vie della memoria. Un percorso tra le violenze del Novecento nella Provincia di Trieste, Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia, Provincia di Trieste, 2010. Consultato il 5 gennaio 2019.