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Tradizionalmente, la cucina unisce. Il cibo, il focolare, riunisce attorno ad una solida tavola di legno, a consumare pasti del luogo, raccontandosi le ultime novità. Il focolare, luogo di riunione.

La cucina, luogo di preparazione. E di conseguenza, senza neanche dover riflettere, pensiamo alle nonne. Alle mamme. Alle donne. Le donne, per secoli addette al nutrimento della famiglia, al sostentamento della prole, al rinforzo dei mariti. Le donne e la cucina, legame indissolubile. Legame che ritengo dovrebbe far riflettere. La cucina, come dicevamo, luogo d’incontro e di unione della famiglia. Le donne, primo ed importante perno di quelle famiglie riunite. Le donne, in attesa del ritorno dei mariti. Che crescono i figli. Che consolano i nipoti. Mia nonna, immagine scolpita, donna di ferro, forgiata dagli anni di difficoltà, che a volte può essere affilata. Cattiva, se mi passate il termine. Che si fa perdonare con il cibo. Cucinare è una forma di amore.

Ma se penso alla cucina, al cibo, non omaggio solo le donne. Penso a mio padre. Uomo solo, alle prese con una bambina. Week-end. Non è mai scaduto nei cliché dei padri-single-che-prendono la pizza. I pasti si ripetevano, ma hanno forgiato una tradizione. Crostini e sugo con la pancetta in inverno, carpaccio e fragole con la panna d’estate. Ma l’importante non era mangiare, ma la preparazione. I crostini subivano continue trasformazioni, alcune poco ortodosse, lo ammetto. Ingredienti sopra improbabili ingredienti. Ore passate a preparare cibi finiti in poco più di mezz’ora. Le giornate d’estate in cui si pranzava con piatti colmi di panna. Io guardavo alle famiglie alle prese con pranzi elaborati, e mi sentivo libera. Libera di esprimermi.

Le tavole, i momenti dei pasti, possono anche essere luoghi di tensione. La cena vissuta come una punizione, l’attesa di essa che passava tra nervosismi e cattivi pensieri. Applicare la strategia del silenzio. Silenzio nel mangiare, silenzio anche nel chiedere, facendosi capire con gli occhi. In attesa della fine, e dell’ambito ritiro nella propria stanza.

La cucina, e il cibo in generale, sono importanti magneti, non solo all’interno della famiglia, anche quando si viaggia. Quando si arriva in un paese sconosciuto, straniero, parola ultimamente usata troppo spesso in termini negativi, la prima cosa che si vuole esplorare è il cibo del luogo. Quasi come se, assaggiando piatti dai nomi esotici e conditi con spezie sconosciute, si possa comprendere la profonda essenza di un posto, il legame con la sua storia, con i suoi abitanti. Come se il cibo rispecchi la vera anima di un luogo. Spesso il riconoscimento primario verso le proprie origini, lo si fa attraverso il cibo, per identificarsi.

Quando torni a casa, dopo mesi passati altrove, la prima cosa che riconosci sono i profumi. Gli odori. Le essenze. Il riconoscimento di casa passa prima di tutto attraverso il naso.

Mia nonna non mi ha mai chiesto scusa, ma indubbiamente ho mangiato le lasagne migliori della mia vita.