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-porto: specchio d’acqua, per lo più marina, adiacente alla costa, più o meno ampio e protetto, dove le navi possono accedere e sostare con sicurezza, sia per trovarvi ricovero durante le tempeste e subire le riparazioni di cui possono aver bisogno, sia per compiervi le operazioni inerenti allo svolgimento dei traffici marittimi.-

Enciclopedia Treccani

Esistono luoghi che si aprono su altri luoghi, che hanno la funzione di far comunicare tra loro spazi, di metterli in connessione. Per farlo sospendono, neutralizzano o invertono l’insieme dei rapporti che designano, riflettono, rispecchiano. Questi luoghi poi, sono di due tipi: quelli inesistenti, consolatori, posti in uno spazio fantastico e semplice; quelli esistenti,reali, inquietanti grovigli in cui i luoghi comuni si distruggono [M. Foucault Spazi altri. I luoghi delle eterotopie, Mimesis edizioni, 2001].

Nel mondo esistono luoghi di questo tipo, che da sempre creano un ponte tra diversi mondi: tra reale e immaginario, tra sogno e realtà, tra quiete e vita quotidiana.
Questi luoghi si costituiscono nel tempo su più direzioni, dal reale all’immaginario – appunto – e viceversa, generando negli uomini aspirazioni e aspettative, sogni e sacrifici. Il loro potere risiede in questa doppia natura, carica di energia propulsiva e quiete e sicurezza.
Il porto è uno specchio. Lo specchio è un’ esperienza mista [Spazi altri. I luoghi delle eterotopie]; è un luogo senza luogo, uno spazio irreale; ma è anche qualcosa di concreto, esistente. Il porto in quanto specchio traccia il confine tra il mondo dei desideri e della speranza e quello della cruda realtà.
Qual è l’immagine del porto oggi? Luogo di scambio, microcosmo economico e turistico, il porto si presenta meglio come contenitore di realtà, come approdo vero e proprio; ma in quanto specchio, non può che farsi tramite con l’immagine di sé stesso, a prescindere dal resto. Ogni nave arriva ad un porto. Ogni marinaio grida «Terra!» ma intende «Porto!», una sosta di sicurezza – finalmente – per ripararsi, per il senso stesso dell’arrivare.
Prima di tutto però il porto si fa immagine nella testa del marinaio, dell’avventuriero, del migrante che affronta il mare; e allora il porto è speranza, un luogo/non luogo privo di sostanza, il caldo abbraccio della terraferma. Il porto consola i marinai con l’immagine che essi creano: la terra, la salvezza, la vita, origine e meta del viaggio.
Ma «il mare insegna ai marinai dei sogni che i porti assassinano» [B.Giraudeau] ed è così che accade quando il porto da immagine diventa reale e fisico. La nave si schianta sulla realtà del porto e vi viene risucchiata: porto turistico, mercantile, porto di mare, porto chiuso. Quest’ultimo, un ossimoro. Da utopia consolatoria il porto diventa arresto, sosta forzata; un porto chiuso è una barriera dove si schiantano prima di tutto i sogni e le immagini, i corpi e le vite.
E se non si ha più la certezza di attraccare in caso di tempesta, o di mettere piede sulla terraferma dopo il tempo trascorso in mare, qual è lo scopo del viaggio? Qual è il fine del porto? Non più sinonimo accoglienza e di sicurezza, lo spazio del porto diventa sinonimo di sospensione: il tempo scorre nell’immobilità, nell’incertezza e nella paura. Dove deve stare chi non può attraccare? L’immagine del porto tanto sognata si frantuma nell’impatto con la chiusura, come quando si corre incontro a qualcuno a braccia aperte e quel qualcuno scompare, o peggio, si gira dall’altra parte. Il porto è aperto, è un contenitore di storie, reali e fantastiche, crea situazioni e immagini.

Il porto è aperto. Il porto è uno specchio.