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Il prossimo luogo del viaggio non lo trovi ovunque.

Non è un luogo fisico, pubblico o privato che sia. La prossima meta mi porta a riflettere su qualcosa di estremamente importante, un pilastro che sorregge parte del mio mondo.

Provate a guardare attraverso i miei occhi, con le mie intenzioni; percepite ciò che vi propongo come fosse vostro, perché in fin dei conti è un po’ così!

Riprende il nostro esplorare, la nostra fame di vita.

Non sempre i luoghi incontrati vantano paesaggi stupendi e bellezze artistiche invidiabili, non sempre sono distanti da casa e non sempre è possibile recarvisi fisicamente.

Sono non-luoghi, infinite possibilità di apprendimento, stanze da riempire con ricordi immortali.

Alcune volte i luoghi più importanti, i più preziosi, si celano all’interno di chi ha condiviso con noi la vita e il tempo.

Luoghi che vivono in simbiosi con i loro portatori, con chi li arricchisce giornalmente e ne ridisegna le forme.

Ti accorgi di aver incontrato un luogo solo dopo averlo conosciuto bene e averne assimilato e condiviso i valori.

Per me è stato esattamente così.

Sono passati diversi anni prima di capire che accanto a me si trovava un tesoro ricchissimo di consigli e sapienza.

Tutto mi è stato chiaro d’improvviso, un freddo pomeriggio di dicembre, quando per caso ho scattato una fotografia alle mani di quel luogo.

Un po’ arrossate per il freddo e stropicciate per i lunghi anni passati a svolgere il loro compito, eccole lì.

Breviario di tutta la conoscenza culinaria e della maestria acquisita nel tempo, con il tempo.

Quelle mani così perfette nella loro imperfezione erano intente a lavorare con tenacia, energia e delicatezza.

Non era un gesto scontato, ma un rituale costruito e pensato in ogni dettaglio.

Un rituale perfezionato impasto dopo impasto, con una passione totalizzante e contagiosa.

La farina rispondeva al tocco come un’orchestra risponde al suo direttore, al gesto puntuale della sua bacchetta.

Quelli erano attimi di puro amore, di ricordi, di dedizione e di storia.

Attimi che mi si sono cuciti addosso e che mai potrò dimenticare.

Solo quel pomeriggio ho capito che la cucina, per me, non è un luogo ma una persona.

È un luogo in divenire perché mai fermo e immutabile; al contrario in continuo cambiamento ed evoluzione, sempre al passo con i tempi.

Turbinio di idee e passione.

Un’esplosione di caparbietà e voglia di migliorarsi.

Questo è il luogo da cui ho imparato che non esistono limiti invalicabili, soltanto combinazioni di sapori, odori, ingredienti e metodi di cottura non ancora sperimentati.

Questa è la mia cucina, quella che mi ha fatto innamorare della cucina stessa; della magia che si crea dall’unione degli opposti, dall’aggiunta dell’ingrediente inaspettato.

Una cucina che ti appaga e riempie l’animo, che ti permette di spaziare con la fantasia e di sperimentare il vero senso del nuovo.

La stessa cucina che parte dalla tradizione, da ciò che si conosce, per poi spingersi oltre.

Una tradizione non vincolate ma di supporto, sostegno e consiglio continuo.

Una cucina che rispecchia colei che mi ha permesso l’accesso a questo magnifico mondo.

Non posso ridurre tutto ad un luogo perché potrebbe essere in qualunque luogo e farmi comunque sentire a casa, protetto.

La cucina è l’attimo in cui si verifica un miracolo di creazione, in cui va in scena un esperimento controllato in cui è possibile modificare ogni variabile a proprio gusto.

Per me è un luogo verso cui sento un attaccamento quasi morboso, è una necessità.

Il rituale della preparazione distende i nervi, aguzza l’ingegno e stimola la fantasia.

Cucinare permette un momento di riflessione con sé stessi, un dialogo con i desideri e le passioni del proprio animo.

La cucina è sapienza, pazienza e maestria. È un dono trasmesso di generazione in generazione così come imbrigliato nelle leggi della genetica.

Se penso alla cucina penso a lei, al suo sguardo e al suono emesso dal movimento armonico e quasi impercettibile delle sue labbra: “Lo facciamo insieme, non ti preoccupare, ti guido io!” 

Lorenzo La Rosa