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In una città come Roma è facile perdersi, dimenticarsi dei passi percorsi nel fiume di voci che ogni giorno investono quelle strade.
In una città come Roma basta poco per sbagliare strada ed immediatamente l’Eterna si mostra in ogni sua distinta sfumatura.
Quando ero piccola mia madre mi stringeva sempre la mano per evitare che potessi perdermi nell’immensità di quella metropoli, ma la testa difficilmente si fermava e iniziava a vagare in strade malleabili come argilla sotto le mani della fantasia, marmo e laterizio si adeguavano al passato, allora immagina:

lungo l’antica via del Foro, nel lontano 112 d.C l’imperatore Traiano, proveniente dalle province ed ormai segnato in volto dal tempo, inaugurò i Mercati che s’impregnarono presto di storia e del suo nome.
Questo enorme complesso venne costruito per ospitare al tempo magazzini, negozi d’artigianato, mercanti e soprattutto gli uffici dell’amministrazione imperiale, destinati per lo più a funzioni commerciali.
Traiano, Optimus Princeps, di cui portiamo il suo nome su milioni dei nostri libri di storia, vestito di lodi per il suo governo fu l’unico imperatore mai contestato e ricordato dai posteri per la sua clementia.
Plinio il Giovane lo annovera come uomo apprezzato dal senato con cui collaborò e dalla plebe romana a cui distribuì generosamente denaro e generi alimentari.
L’imperatore infatti prelevò personalmente dei fondi dal suo patrimonio e li diede in prestito ai proprietari agricoli dei vari municipi della penisola, da cui richiedeva un interesse del 5% in seguito utilizzato per fornire risorse alimentari alla plebe.
Anche oggi il mercato, di cui rimangono solide le mura, dove il rosso del laterizio fa contrasto anche nelle giornate più uggiose, interpreta le carezze di un uomo che toltosi la corona camminava con il suo popolo «sopportando fame, sete, polvere e sudore insieme a loro»
[Plinio il Giovane, Panegyricus, 88, 4]


Immaginando, riesco a vedere i piedi dell’imperatore mettersi al passo con gli altri, sotto i portici, dove ogni senso viene trascinato dai profumi e i rumori che si spandono tra un arco e l’altro; tra le albicocche dell’Armenia , i carciofi di Paestum, i melograni di Cartagine, le cerase, le mele e l’uva passa, le carni bagnate dal sale del Mediterraneo, i banconi di pesce, le botteghe con i vecchi artigiani; il tempo che lentamente rallenta mentre quelle mani che hanno fatto la storia si perdono in sacche di grano e farina. Toccando con tutto il suo corpo la quotidianità del suo impero, egli si perde tra il profumo dell’origano, scivola piano sull’olio d’oliva, si abbandona tra le voci che chiamano le vignarole e nei loro ortaggi che si spargono lungo le strade piene di avanzi, cestelli di erbe e orciuoli di vino, terracotte sporche di miele, anfore vuote e voci piene.
La gente che si cerca, parla, si lamenta, ride, discute in questo posto dove, come nei Campi Elisi, nessuno è straniero, neppure lui che viene da lontano e non dalla Capitale e che si aggira nel suo operato come un turista curioso e affascinato; neppure i vecchi venditori e né i compratori che qui vengono da tutte le parti di quell’immensa parte di mondo che ancora non porta il nome dei suoi continenti.
Accomunati dal mercato, cattedrale della globalizzazione imperiale e storia di una città, la sua anima, i suoi colori, i suoi profumi, la sua gente senza differenze e confini, i suoi gusti di sempre, gli stessi odori di ieri, di un mese o di un secolo fa, esso è memoria, spirito, grembo genuino e vero, profondamente attaccato ai vicoli, alle piazze vissute e vivibili, eterne e nuove, come il cuore di una città pulsante.
Senza di lui Roma sarebbe una regina senza corona.

Allora immagina, prendi la mano dell’imperatore e non ti perderai.