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Era maggio, il maggio del ’68, e i ciliegi stavano fiorendo attorno all’Île de la Cité, dove trascorrevo il resto delle mie giornate, perdendomi tra la Sorbona e Saint-Germain. Lì la Senna si divideva per abbracciare il cuore di Parigi: la Cattedrale di Notre Dame, le Palais con la Sainte-Chapelle e la Prefettura. Quando non ero alla Cinémathéque mi perdevo tra i boulevard, i caffè e gli artisti di strada parigini, stranieri senza un nome, clochard. Attraverso i loro occhi e le loro storie, tante notti ho sognato di smarrirmi in quelle rue, ho ripercorso i loro passi, e assaporato i baci dei loro grandi amori. Il mio è nato in quello stesso maggio, mentre respiravo un’aria nuova, portata da quella ventata rivoluzionaria che faceva strepitare i cuori di noi giovani europei.
La mattina mi alzavo di buona lena; al pomeriggio discutevo di politica con i compagni; e la notte… la notte sognavo di cambiare il mondo.

In un caldo après-midi primaverile mi sono trovato a vagare per il V arrondissement, sulla Rive gauche. Arrivato al numero 37 di Rue de la Bucherie, vicino Place St. Michel, mi sono imbattuto in un’insegna che titolava a caratteri cubitali “Shakespeare and Company” e campeggiava in cima ad una vetrina piena zeppa di libri, con infissi verdi e una porticina di legno. Senza rendermene conto mi si stava svelando la vera anima del quartiere latino: Ezra Pound, Ernest Hemingway, James Joyce e Francis Scott Fitzgerald, erano tutti passati di lì, alla ricerca di un sogno e di un’ispirazione, proprio come me.
Mi feci strada tra i pesanti scaffali di rovere che ricoprivano ogni parete di quel paradiso terrestre, mentre volgevo lo sguardo in alto, per ammirare la bellezza delle travi di legno consunte che rivestivano il soffitto, e dei sottili lumi che pendevano sopra la mia testa. Mi sono imbattuto nella Commedia di Dante, nell’Ulysse, e forse in Virginia Wolf, prima di scoprirmi riflesso in uno specchio appeso alla parete, messo lì, in quel labirinto di parole, a ricordarci che ci siamo anche noi, imperfetti, di peccati, carne e sentimenti.
Un attimo dopo, quella cornice dorata stava immortalando, alle mie spalle, una giovane donna dalla chioma vermiglia, ricurva su un pezzo di carta strappato frettolosamente dal taccuino che teneva in borsa. Piangeva e scriveva. Le più belle storie d’amore avevano il sapore delle lacrime, e lei era così perfetta in quell’atto creativo di dolore e poesia, che per nulla al mondo mi sarei privato di un simile spettacolo, per nulla al mondo avrei impedito a quel giovane cuore di urlare le sue pene. Passarono i minuti, ma io non distolsi lo sguardo da quella mano. Le ero così vicino con la mente, che potevo sentire il suo profumo, accarezzarle i capelli, senza disturbare, e raccogliere le sue lacrime affinché restassero vive nel ricordo. Poi, devo aver cominciato a sognarla, perché quando il rumore del caos parigino mi riportò alla realtà lei era svanita. Nello specchio ero rimasto solo, insieme a quel pezzo di carta, abbandonato sullo scrittoio.

“Today I feel like my world is static, unbreathing,
there is a lack of meaning that is overwhelming my soul hibernate,
as my carcass is in motion,
a meaningless travel trough space.
How do I come to life today?”

Non ho mai trovato una risposta alla sua domanda, non sono riuscito a riempire il suo mondo, a smuoverlo, a scombussolarlo, ma quelle parole hanno riempito il mio, hanno dato un sapore nuovo alle mie lotte, alle mie contestazioni. Le conservo nella tasca interna della giacca, in alto a sinistra, dove pulsano insieme ai miei grandi amori.