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Se c’è una cosa che ho imparato da quando sono qui è che il tempo scorre in maniera diversa.
Ricordo le prime settimane passate nel centro di accoglienza, hanno racchiuso giorni tutti uguali, dove l’unico passatempo è stato ascoltare le storie di centinaia di uomini, che come me hanno attraversato il mare.
Ogni storia se pur per poco mi ha dato la possibilità di scappare dal centro e di riabbracciare “Mamma Africa”.
Ho rivisto il suo cielo con gli occhi di un altro.
Ho sentito la sabbia portata dal vento attraverso la pelle di un altro.
Ho immaginato i volti di molti fratelli rimasti lì attraverso i pensieri e i ricordi degli altri e li ho fatti miei.
Per non dimenticare che nonostante tutto quella è casa…

Ora viviamo lontano dal centro, io e Elikya. Ambientarsi qui non è stato semplice. Non siamo stati i primi ad arrivare, ma nonostante questo all’inizio la gente ci ha guardato in modo sospettoso, diffidente. Non li giudico e anzi un pò li capisco, dopotutto per loro siamo stranieri che scombussolano la quiete a cui sono abituati.
Comunque tornando al tempo, qui pare esser distratto, così distratto che a volte sembra addirittura che si dimentichi di scorrere. Vi chiederete come sia possibile, d’altronde è quello che sto cercando di capire anch’io. L’unica conclusione a cui sono arrivato è che voglia preservare tutto ciò che è racchiuso qui. Come se non volesse che nel paese cambi qualcosa.
Cosa però ancora non lo so…

Saluto mia nonna ed esco a prender una boccata d’aria, per i vicoli oggi stranamente si sente un gran vociare, di solito a quest’ora gli unici schiamazzi provengono dal bar, dove i più anziani passano il tempo a fare strani giochi con le carte. Stamattina invece arrivano da più in fondo, dalla piazza.

Il grande spiazzale stamattina è circondato da automobili e furgoni di ogni tipo, tutti stracolmi di oggetti. Alla fine del vicolo che mi ha portato in piazza, seduto per terra c’è un uomo di bassa statura, intento a montare dei piedi di ferro ad un tavolo di legno. Più in là una donna, con i capelli lunghi che gli cadono lungo le spalle, sistema accuratamente dei vestiti su di una bancarella, mentre al suo fianco si trova un venditore di noccioline che con le sue urla e i suoi gesti cerca di attirare i passanti che sbadatamente passano di lì.
Il mercato, con tutta la sua veemenza, oggi si è impossessato della piazza.

Mi muovo a fatica tra la gente indaffarata nel fare compere, ognuno di loro sembra cercare qualcosa in particolare e allo stesso tempo sembra non cercar niente. Si divincolano abilmente tra i commercianti cercando l’offerta migliore, talvolta cercando di trarli in inganno facendogli notare di aver visto la stessa merce ad un prezzo inferiore alla bancarella dall’altro lato della piazza.
Scostando le lunghe tende esposte e i manichini posti all’entrate di alcuni tendoni gironzolo senza una fissa meta per il mercato.

Tra i tanti commercianti e i loro negozi ambulanti se ne distingue chiaramente uno, l’unico che non vende vestiti, scarpe o altro, ma cibo.
Per questo probabilmente è anche il più affollato, è il camion di Maria e Costantino.

Costantino è uno dei ragazzi con cui fin da subito ho avuto una certa empatia. Ha la mia stessa età, e come me condivide la passione per il calcio, spesso assieme ad altri passiamo il pomeriggio al campetto a giocare. E’ un ragazzo schivo, molto intelligente, talvolta può sembrare esuberante. Forse perché in alcune situazioni vuole mostrare a tutti di esser abbastanza maturo da prender decisioni importanti. Una delle scelte che ha fatto e per cui spesso discute con gli altri è stata quella di abbandonare la scuola. Credo l’abbia lasciata da più di un anno per seguire la madre in giro per i mercati. Non so sinceramente perché non lasci fare questo al padre, che ho visto poche volte da quando sono qui, ma ha trovato Maria d’accordo con la sua scelta e ogni tentativo da parte di altri di fargli cambiare idea è risultato inutile. Quando non è in giro per i mercati passa le giornate al bar o in giro con gli amici, a parte il calcio non sembra avere grandi interessi, sembra già un uomo segnato dal suo destino pur avendo solo diciassette anni.

– Ehi Iniko buongiorno!
– Buongiorno Maria, ciao Costantino.
– Ciao Iniko, come mai da queste parti?
– Sono uscito a fare un giro, mi ha attirato tutta questa confusione.
– Eh amico mio, magari ci fosse tutta questa gente in giro sempre, gli affari andrebbero a gonfie vele. Ma dimmi non hai lezione di italiano oggi?
– No, oggi no. I ragazzi hanno detto di aver da fare, la faremo domani.
– Ah si? Hanno detto così? Saranno sicuramente in giro per il mercato allora.

Mi stringo tra le spalle e non sapendo cosa rispondere guardo verso il cielo.

– Dimmi Iniko, come sta Elikya?
– Bene Maria, grazie. Tu come stai?
– Potrebbe andar meglio se solo qualcuno comprasse qualche spiedino in più, ma non ci lamentiamo.

Con voce sicura e con l’espressione di chi sa di aver sempre ragione Costantino mi fa notare come dal fondo della piazza stanno risalendo i ragazzi che si occupano del nostro programma di accoglienza.

– Che ti avevo detto? Eccoli che arrivano.

Vedendoci Valentina e gli altri sorridono, dopo esserci salutati decido di tornare a casa, sono passate le dodici, i commercianti ora iniziano a smontare i loro negozi e a riporre nei furgoni la loro merce. Il mercato è ormai finito.

I vicoli che portano a casa ora sono affollati dal silenzio, è tornato tutto alla normalità.

Divido un pezzo di strada con Valentina e prima di salutarla, trovo il tempo di farle una domanda, un dubbio che mi assilla da quando sono qui.

– Valentina posso chiederti una cosa?
– Certo Iniko, dimmi.
– Come mai voi qui non parlate sempre italiano, perché tra di voi parlate spesso un’altra lingua.
– Oh Iniko, parliamo “l’arberishtja”. La lingua di noi “Arbereshe”
– Perché?
– Vedi il mio popolo, proprio come il tuo, molto tempo fa è stato costretto a scappare dalla nostra terra, l’Albania per rifugiarsi in Italia.
– Come mai?
– Siamo stati invasi dai Turchi, e l’unica scelta che abbiamo avuto fu restare e combattere o scappare. Ci dividemmo, molti hanno deciso di restare, altri si sono trasferiti qui. Hanno trovato in Italia un luogo sicuro ed accogliente dove rifugiarsi. Secoli fa è toccato a noi abbandonare le nostre case, oggi tocca a voi, purtroppo.
E’ una triste storia che si ripete.
– Già… ma è per questo che avete deciso di accoglierci qui?
– Si, non possiamo ignorare quella che è stata la nostra storia. Con tempi, modi e situazioni diverse, in un certo senso voi rispecchiate ciò che siamo stati noi tantissimi anni fa ormai. Migranti.
Negarvi l’aiuto di cui avete bisogno sarebbe come rinnegare ciò che siamo stati.
– Ora finalmente capisco Valentina. Grazie.