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In tempo di Corona Virus ho deciso di raccontarvi una storia che parla di, per dirla alla Lella Costa, uomini e donne che hanno più chilometri sulle spalle. Anziani è un termine che lascio al governatore del Texas, su cui mi limito a dire che è il contrario di Educare alla Bellezza.
Buona lettura! 

Vittorio a mio modo di vedere è la reincarnazione di Jack Kerouac. Lui dice di no. Ma sbaglia. Gli somiglia nella fisionomia del volto e nel taglio di capelli. Nella corporatura e a giudicare dalle vecchie riprese anche nelle movenze.
Considerando che Jack era un uomo all’avanguardia e che Vittorio non segue le mode non è inverosimile vedere una somiglianza persino in ciò che indossano. Pantaloni di taglio normale con un orlo modello Stilyagi e maniche corte monocolore o camicie con righe larghe e quadri grandi.
È un fotografo e la chitarra solista del gruppo Ironia della sorte di cui mio fratello Ettore è il frontman.
Ho incontrato Vittorio il primo giorno di università. La lezione era Antropologia Culturale. Da allora abbiamo disertato lezioni e esami. Eravamo due pendolari. Andavamo a Milano e dopo aver preso io un espresso e lui un americano andavamo a casa di una coppia con molti chilometri sulle spalle e senza figli.
Il signor Angelucci era un medico ebreo Ashkenazita duro a morire. Parole sue. Non mie o di Vittorio. Ci faceva ascoltare vecchia musica e guardare vecchi film.
La moglie cucinava per noi in vecchie pentole di rame paste con vecchie farine che pochi anni dopo sarebbero tornate in voga e costate un occhio della testa. Era una donna andalusa ebrea Sefardita che non aveva perso la calata di Granada pur stando in Italia da cinquantadue anni. Nella loro casa ogni cosa era vecchia ma non quanto loro.
Lui avrebbe compiuto 97 anni il 4 dicembre. Lei 94 il 7 dicembre. Dicembre del nostro primo autunno milanese.
I signori Angelucci erano lucidi e in salute. Non un accenno di demenza senile. Non un malanno. Lui, il signor Angelucci, ogni giorno andava a comprare il Corriere della Sera e nella libreria di Alcide, un suo amico da mezzo secolo. La libreria dove lo avevamo incontrato. Il suo amico era un uomo di 79 anni di Reggio Emilia figlio di un partigiano comunista e a Milano dal 1945. Con una moglie nata e cresciuta a Stalingrado. Oggi Volgograd.
Da sei mesi, complice un quarto infarto, Alcide, non potendo chiudercisi dentro intere giornate, è stato costretto a chiudere la libreria, la sua prima figlia, le altre due hanno studiato Finanza e Medicina, tradendo le speranze paterne di vederle prendere in mano per mano quella che lui chiamava la sua fatica onirica. La libreria non ha però chiuso a lungo. Ho presentato ad Alcide Sputnik, una mia amica che ha con lui in comune la mania dei libri. E dei gatti. Sputnik ha come ognuno di noi un nome di battesimo, Claudia. Conosciuta in università dopo l’uscita di scena di Vittorio era il mio punto fermo. Si è laureata in Lettere con me in un caldo e altrimenti inutile luglio. O per meglio dire: io mi sono laureato con lei in un caldo e altrimenti inutile luglio. Dopo le laurea e un indebitamento con i genitori che dipendeva solo parzialmente dalle tasse universitarie e causato da un acquisto compulsivo di libri di Aksënov e Sorokin e di altri scrittori sovietici e russi. Ad Alcide è piaciuta tanto da chiedere a Sputnik di accompagnarlo negli ultimi suoi anni da libraio. Se lo conosco bene, quando sarà il momento, le chiederà di dare un futuro alla sua fatica onirica. E Sputnik lo accontenterà.
La speranza è dura a morire.
Lei, la signora Angelucci, a fare la spesa. Prendeva la carne dal macellaio. Le farine per pasta e pane dal panettiere e frutta e verdura dal fruttivendolo. Mai in un supermercato.
Un autunno dopo con la decisione di Vittorio di lasciare Lettere e di seguire un corso di fotografia avremmo frequentato meno la casa dei signori Angelucci. Senza mai sgualcire il legame con loro che avremmo mantenuto fino alla loro morte. 100 anni lui. 97 lei.

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