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Da Reggio Calabria a Napoli la “sua” inseparabile amica Vespa avrebbe potuto far cantare ancora il motore a due tempi diretto dal ritmo della mano e del piede che, come i più esperti direttori d’orchestra, erano capaci di gestire la velocità a suon di marce: e 1, 2, 3…fino a fargli raggiugnere la massima velocità. 

<<Che incredibile marchingegno>>, esclamò Garibaldi spolverandole la comoda sella in pelle nera come se stesse per montare Marsala, il più fedele dei suoi cavalli.

I chilometri erano ancora molti ma non tanti quanto quelli già percorsi. L’amaro in bocca e la nostalgia per l’impresa che fu, li sentiva già tra la lingua e il palato, come il saporaccio di una medicina da dover per forza di cose ingoiare insieme alla saliva.

Il suo viaggio era quasi giunto al termine. Aveva imparato tanto e, come promesso a Talya, s’era ritagliato il tempo per fare anche la cosa giusta: restituire la Vespa al suo legittimo proprietario.

Non ancora a dire il vero, l’Eroe aveva ancora bisogno di un mezzo di trasporto agile e scattante, ma i messaggi tra lui e il cantante Povia erano andati avanti anche durante l’attraversata dello stretto di Messina. 

L’appuntamento, l’epilogo, l’incontro non poteva non avvenire nel luogo simbolo della conclusione della spedizione dei Mille: a Teano. No di certo, la storia si sarebbe ripetuta. Anche il cantante avrebbe di lì a poco messo piede sulla terra ferma per proseguire la sua tournée in Calabria, Basilicata e Campania. Proprio come la marcia trionfale del Re Vittorio Emanuele II, capace di annettere, tra plebisciti e guerre d’indipendenza: Lombardia, Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche. La piemontesizzazione** che, come resina viscosa cola sulle ruvide cortecce dei pini, si estese dal Regno di Sardegna a tutte le regioni annesse.

I due uomini del rinascimento stavano conquistando e liberando l’Italia territorio dopo territorio dalla testa ai piedi, come la più architettata partita a Risiko!*. Anche se, a un certo punto, si trovarono davanti un muro che, entrambi, decisero di non abbattere: lo Stato Pontificio.

<<Preti alla vanga! Non voglio accettare in nessun tempo il ministero odioso, disprezzevole e scellerato di un prete, atroce nemico del genere umano e dell’Italia in particolare***>>, gli fece esclamare il sol pensiero della Chiesa. Ferita ancora aperta e sanguinante quella, soprattutto dopo aver toccato con mano -si fa per dire! ndr.- l’esistenza di Dio. Un Dio al quale non servivano di certo ricchezze terrene, Chiese scintillanti e “dipendenti” pieni di benefit e ben distanti da quel concetto di carità e povertà: <<il prete che insegna Dio é un mentitore, poiché egli nulla sa di Dio>>, e forse il senso di quella sua celebre frase era avvalorato dall’incontro divino.

La vespa s’accese al primo colpo, il motore, nel breve tratto di navigazione tra la Sicilia e il continente non aveva avuto nemmeno il tempo di raffreddarsi, che poi: aveva davvero voglia di raffreddarsi? Di riposarsi? Il motore della vespa dico. Giovane e rumorosa che tutti si giravano ad osservarla mentre, guidata con maestria, scuoteva il silenzioso dormiveglia di quei paesi assopiti che dell’arancione, del sudore della fronte e del colore del mare, riempivano gli occhi e le anime. Lei era un assaggio di novità, un sogno, una freccia scoccata verso la libertà e di certo non avrebbe potuto farsi vedere spenta, anche se stare accesa, sempre, voleva dire sforzarsi, asciugare il serbatoio d’ogni goccia di miscela.

I primi chilometri percorsi in Calabria ebbero lo stesso sapore di quelli trinacri****: polverosi e dimenticati proprio come quelli d’un tempo. Non fu una bella sensazione, era da giorni infatti che Garibaldi era accompagnato da dei pensieri ai quali non riusciva a dare una risposta che non mettesse in discussione gran parte dell’operato per cui oggi lo si ricorda. Pensava a quanto avesse fatto bene e a quanto di buono nacque dalla consegna del Sud liberato al Piemonte, alla causa italiana. Pensava a come la storia e la politica fossero state capaci di dimenticarsi due volte del Sud: prima e dopo l’unificazione. Allora ne era valsa pena? Ma soprattutto, quanto di quello che aveva osservato fino ad oggi era figlio dei suoi sbagli, delle sue errate valutazioni, della smania di fare e di delegare? Pensieri che, sotto il casco, gli comprimevano le meningi.

Guidando verso Napoli ripensò alla proposta fattagli da quel diavolo tentatore d’un Mazzini***** in una chiassosa notte partenopea d’inizio settembre. Guidò senza sosta per raggiungere proprio palazzo Doria d’Angri, poco distante dal centro storico. Il nido di tutti i SE…coi quali non si può più cambiare la storia.

Questa volta ad accoglierlo non c’era nessuna fiumana di gente in festa. Non c’era nessun Borbone in fuga verso Gaeta e Capua, separate dal fiume fatale agli spagnoli******, nessun coro a gonfiare il suo ego: 

«Venu è Galubardo! 

Venu è lu più bel!» *******

Nessun Liborio Romano******** a tradire la fiducia dei Borboni, che lo avevano ripescato dal carcere e dall’esilio prima, permettendo alla Camorra di entrare, con tutti i suoi affari e affiliati, tra le fila del governo e della politica che sarà poi, suggellando con Tore è Crescienzo********* e al suo clan, un patto che permise ai camorristi di ricoprire le cariche all’interno della Guardia Cittadina, con lo scopo di mantenere l’ordine in città.

La Bella società Riformata********** tutrice dell’ordine pubblico della città di Napoli, era il 1860.

Ad aspettare Don Peppino*********** c’era solo quel palazzo, immobile e fiero che, col suo stile neoclassico, dominava piazza 7 Settembre************. Parcheggiò la vespa proprio sotto il balcone dal quale diede l’annuncio dell’annessione del Regno delle due Sicilie a quello d’Italia. Non resistette al fascino del passato, così trovò il modo di entrare citofonando a caso a tutti i campanelli fino a quando qualcuno diede il tiro all’imponente cancello. Indisturbato prese le scale in direzione del balcone, spalancò le finestre e si sporse. Ricordava esattamente le parole del suo discorso. Ricordava d’averle viste come sorrette nell’aria, portate in trionfo dalla potenza delle voci urlanti all’unisono della folla radunatasi nella piazzetta sottostante:

«Voi avete il diritto di esultare in questo giorno, che è l’inizio di una nuova epoca non solo per voi, ma per tutta l’Italia, della quale Napoli forma la parte migliore, è veramente un giorno glorioso e santo, nel quale il popolo passa dal giogo della servitù al rango di una nazione libera. Vi ringrazio per il vostro benvenuto, non soltanto per me stesso, ma a nome di tutta Italia, che il vostro aiuto renderà libera e unita.»

Folla che sotto i suoi occhi moderni si divideva tra turisti, lavoratori e nullafacenti.

<<A cosa valsero le mie gesta?>>, interrogandosi: <<se oggi nulla é cambiato…>>, mentre un velo di sconforto gli cadde sulle spalle come un macigno di verità tanto da costringerlo a reggersi con entrambe le mani alla marmorea e fredda balaustra. Si rese conto d’essere nel giusto e allo stesso tempo nel torto e che questa sua scomoda posizione non avrebbe mai messo d’accordo tutti sulla sua storia, sulla sua credibilità. 

<<Ci sarà sempre qualcuno che penserà male di me come ci sarà sempre qualcuno che in me vedrà l’eroe. Questa é la realtà dei fatti! Dio lo sapeva, per questo mi ha concesso di scendere da quel piedistallo celeste quale è il regno dei Cieli. Lo ha fatto per far si ch’io stesso capissi quello che dopo la mia morte non potei per forza di cose capire>>.

Il punto di tutto stava nel capire cosa davvero si meritasse: l’Inferno, il Purgatorio o il Paradiso? Perché infondo, la cosa più importante per ciascun individuo é quella di capire se stessi e di trovare così la giusta posizione da occupare nel mondo, come nell’Aldilà. 

Disquisiva tra sé e sé mentre, lungo la strada, una giovane ragazza veniva rapita dalla bellezza della “sua” Vespa. Aveva tutta l’aria d’essere un’artista sotto a quei suoi riccioli scuri, col viso appiccicato alla macchina fotografica mentre immortalava la rossa parcheggiata sotto al palazzo storico. 

<<Laura!>>, così la chiamò il giovanotto innamorato che l’accompagnava: <<è stupenda!>>, esclamò.

<<Hai ragione Michele, questa la fotografo per Luca, servirà sicuramente per l’ultimo testo del blog!>>, per poi, soddisfatti, riprendere la via perdendosi tra la folla e le bellezze di Napoli.

Non l’aveva ancora scattata una foto alla Vespa, così decise d’immortalarla con lo smartphone e di pubblicare la foto sul suo profilo Instagram. Non era la prima volta che una bellezza gli riempiva gli occhi da quel balcone, trovando così tra la folla italiana e quel bolide più c’una somiglianza.

Scrisse infine al cantante: <<incontro confermato tra un paio d’ore a Teano>>, allegando anche una foto. 

Riprese le scale ricordandosi dello spintone che rifilò a Mazzini quando ebbe il coraggio e la spavalderia di suggerirgli di non consegnare al Re i territori liberati, bensì di gestirli insieme a lui dando vita alla Repubblica del Meridione attraverso la quale avviare una processo di “non monarchica” liberazione dell’Italia, raggiungendo il centro, nelle mani del Papa e il Nord dei Savoia*************. Che ruzzolone, e quante bestemmie! E se avesse avuto ragione? Mazzini intendo, se quel suo ideale avesse consentito al Sud di godere di un futuro migliore? Tutti quei SE erano scivolosi come i sampietrini sotto le ruote della Vespa in direzione di Teano: spigolosi e scivolosi che a inciamparci bastava un attimo.

Sul ponte San Nicola**************, il cielo nuvoloso e l’umidità si facevano sentire.

Povia, il cantante capellone, lo riconobbe subito, facendosi notare con inequivocabili gesti.

Gli parcheggiò la Vespa accanto, spegnendola e issandola con cura sul cavalletto:

<<C’é poco da dire, mi scuso. Eccole ciò che é suo>>.

<<Dovrò curarla come si deve, rimetterla a nuovo!>>, osservandola attentamente.

<<Si ma davvero, complimenti per la pulizia. Era tirata a lucido>>, ammorbidendolo.

<<Già, sono fissato con il panno e il mangiapolvere: sono un gay mancato***************!>>.

<<Credo che lei abbia detto una cretinata! Siate pulito, valoroso, sprezzante della morte, generoso e certo avrete non solo il plauso, ma l’affetto della bellezza!***************>>, per poi aggiungere: <<ma vorrei dirle ancora una cosa io prima di congedarmi>>, vedendo il cielo aprirsi e un raggio di luce illuminarlo:

<<é vero, ho rubato questa Vespa ma perché sentivo che andava fatto. Ho cercato di prendermene cura con queste mie mani inesperte, a volte sudice per aver stretto mani ancor più sporche delle mie. Ma l’ho fatto per un ideale, perché ci credevo. L’ho fatto in buona fede. Oggi gliela consegno con la stessa incertezza d’un tempo: se sarà in grado di gestirla meglio lei o qualcun altro? Chissà…a me restano poche certezze, ma mi bastano. La prima é che ho compreso l’insegnamento di Dio, la seconda é che questa rimarrà sempre una gran bella Vespa. Arrivederci>>.

Il Cielo esplose di luce, abbagliando gli occhi dei due. Povia si ritrovò solo e spaesato insieme alla sua ritrovata Vespa. Garibaldi invece si ritrovò leggero e soddisfatto al cospetto di Dio.

<<Sono fiero di lei Giuseppe>>, complimentandosi l’altissimo: <<Ebbene, siamo giunti alla fini mio caro>>.

<<Eh già, ma ne é valsa la pena!>>.

<<Lo credo anche io>>, annuendo in segno d’assenso: <<dunque mi dica caro Garibaldi, dove ha deciso di proseguire il suo viaggio: all’Inferno, in Purgatorio o in Paradiso?>>.

<<Vada per il Purgatorio >>.

<<Mi trova d’accordo>>, raccogliendo il consenso di Dio. 

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* Gioco in scatola degli anni ’70, che ha come scopo finale la conquista, in battaglia, di un numero definito di territori.

** Politica accentratrice del nuovo Stato Unitario, termine con accezione negativa col quale si indicava l’estensione politica e amministrativa del Regno Sabaudo a tutte le regioni italiane unificate nel 1861. Concetto alla base del pensiero relativo al Revisionismo storico dei fatti risorgimentali.

*** Cit. Garibaldi

**** Trinacria: antico nome della Sicilia, rappresentato in araldica da un gorgone femminile. Trinacri: siciliani.

***** Patriota, politico, filosofo e giornalista italiano. Esponente di punta del patriottismo risorgimentale.

****** Città separate dal Volturno, fiume sul quale si combatté, tra il 26 settembre e il 2 ottobre 1860, la battaglia decisiva tra i soldati e i volontari agli ordini di Garibaldi e le truppe dell’esercito borbonico. La battaglia si risolse in favore dei garibaldini e venne ricordata come la caduta e la cacciata del regno delle due Sicilie. La resa di Francesco II avvenne con la firma dell’armistizio del 17 febbraio 1861. Anche questa battaglia é viziata dalla presenza tra le file garibaldine di banditi e briganti del calibro di Carmine Crocco, capo indiscusso delle famigerate bande del Vulture.

******* Canto napoletano del 1860.

******** Liborio Romano, prefetto di polizia borbonico prima, politico italiano dopo la venuta di Garibaldi. “Pensai di prevenire la triste opera dei camorristi, offrendo ai più influenti dei loro capi, un mezzo per nobilitarli!”, il mezzo fu farli capi della Polizia. dalle memorie di Liborio Romano. 

********* Salvatore De Crescenzo è il primo grande camorrista della storia che si conosca. Conosciuto come il Re della Pignasecca, zona di Napoli, nel quartiere Montecalvario.

********** Primo nome della Camorra.

*********** Soprannome datogli dal Re Francesco II.

************ Giorno dell’ingresso di Garibaldi e dei Mille a Napoli, 1860.

************* La proposta di Mazzini é confermata dalla storia, lo spintone giù per le scale, una leggenda tramandata seppur verosimile.

************** All’epoca Ponte Caianello, frazione di Borgonuovo.

*************** Reale polemica scatenata per la frase detta dal cantante durante il collegamento televisivo del 7 maggio 2020 RAI (Programma televisivo: vieni da me, condotto da Caterina Balivo.

**************** Cit. di Giuseppe Garibaldi.

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Illustrazione a cura di Laura Di Francesco; testo a cura di Luca Contato