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Tanti auguri Ivan.
In questo mese di ottobre Ivan Graziani avrebbe compiuto 74 anni. In un giorno a me caro, che mi lega a lui, per strane congiunzioni astrali, fatali.
L’ho sempre ritenuto portatore di straordinaria originalità, di un’umanità capace di guardare e descrivere i dettagli, di metterli in musica.
Ricordo la prima canzone che ascoltai, Navi. Papà la metteva in continuazione, un loop infinito, interrotto solo da Mark Knopfler.
C’è un motivo, c’è un motivo se era proprio lui a subentrare nelle playlist di mio padre, a Ivan Graziani.
Il motivo è che tra i due c’è qualcosa di simile, nella loro meravigliosa unicità. Entrambi incredibili Riffmaker, trattavano con dolcezza il legno e l’elettronica delle loro chitarre. Entrambi capaci di melodie incredibili e di testi nuovi, mai banali.
Tornando a Graziani però e al motivo per cui lo inserisco in questa rubrica: la sua arte fa parte di quell’arte che rimane e la sua, è tutta n’ata storia, come avrebbe detto Pino.

Graziani non rinuncia mai a un’ironia tra il canzonatorio e il velenoso, un’ironia a tratti con velature malinconiche, che oltre a tratteggiare caricature dei personaggi della provincia italiana, quella stessa provincia da cui lui proviene (nasce a Teramo, in Abruzzo), estende il proprio occhio e la sua chitarra verso lucide provocazioni, nei confronti dei comportamenti intellettualistici dei soloni e dei luminari.

Nei confronti di Ivan Graziani, la musica italiana, non solo quella pop e rock, è debitrice. Noi siamo debitori; ha inventato, cosa inusuale e stravolgente per l’Italia, un cantautorato nuovo, in grado di mescolare con maestria “le sonorità dei più grandi riferimenti del rock di quel periodo e un recupero sincero e profondo del folklore italiano, elevando il ruolo dello strumento senza per questo diminuire la componente testuale e la matrice autobiografica caratteristiche del cantautorato”. È stato in grado, uno dei pochi a mio avviso fino ad oggi, ad aver compreso il senso del termine popolare abbinato alla canzone, alla musica; intendo nell’accezione più vera del termine, quella meno legata a esigenze di vendita, esigenze commerciali.


E proprio da queste logiche di commercio e classifiche, di dischi venduti e contratti firmati, stava lontano Ivan; ha rifiutato grandi collaborazioni e si è sempre sentito in disaccordo con coloro che tentavano di limitare la sua arte.


Si è sempre mosso sul filo che conduce la provocazione all’impertinenza, la cocciutaggine all’ironia, è stato un critico e sensibile interprete di quel grande rock di cui ai suoi tempi e forse anche ora, l’Italia sentiva la mancanza; “guardando alla realtà con l’occhio delicato ma irriverente, ribelle e colorato, del rock ‘n roll. “
Sottovalutato, bistrattato, come direbbe Rino Gaetano “figlio unico”.