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Natale 2017
Il mare era una tavola, perfettamente liscia, veniva voglia di scivolarci sopra. I gabbiani svolazzavano attorno agli alberi delle barche a vela, le più belle del porto di Manfredonia. I sovrani del cielo, a modo loro, si stavano preparando ad accogliere il nuovo anno, spiccando il volo verso un orizzonte di novità. Un uomo teneva in mano la sua canna da pesca, nuova di zecca, dono di un amore sofferente. Lei accanto a lui, sulla banchina, dormiva teneramente su una stuoia, avvolta in una coperta che non riusciva a riscaldarla fino in fondo. Ci aveva giurato si sarebbe addormentata. Dormiva ovunque; figurarsi in quel regno della pace, dove le onde e il vento intonavano una ninna nanna dolcissima. Un pesce, ad un tratto, aveva abboccato all’amo. Lui sorrideva, (con i coreani andava a colpo sicuro, anche se lei li detestava). Il gesto richiedeva una certa forza nelle braccia e lui, con fare da esperto, iniziò a girare il mulinello con cautela per non spezzare la lenza, mentre la frizione pareva frinire come un grillo. «Eccoti finalmente, mi hai fatto penare». Al suono della sua voce la donna si destò. Si stropicciò gli occhi con la mano, erano ancora pieni di sonno.
Si sfregò i palmi nella speranza di simulare il calore del piumone che aveva abbandonato qualche ora prima. Lo guardò preoccupata, ma sorrideva, nonostante a quell’ora il freddo entrasse nelle ossa, e nei pensieri. Entrambi erano coscienti che quello sarebbe stato l’ultimo Natale insieme, che quei chilometri che li dividevano stavano diventando un peso insopportabile, aumentavano ad ogni litigio, ad ogni telefonata fraintesa, spezzata da un anonimo “ciao, a domani”. Non bastava il Natale per amare. Lui le prese la mano mentre la guardava illuminarsi alle prime luci del mattino, pallida e bellissima; sorridente, nascondeva la stanchezza di quell’impresa epica, prova di coraggio per l’amore che non voleva lasciar naufragare.
«Prendiamo il largo… Io, te e la nostra canna da pesca», le disse.
«Ma come faccio con il lavoro?»
«E come faccio io, senza di te?!»
Lei rimase in silenzio, sapeva che aveva ragione. Il suo amore aveva bisogno di cure che non poteva garantire. Una lacrima le tagliò lo zigomo destro, era fredda come l’ aria. Arrivò al mento e si perse nelle trame di un maglione rosso. A mezzogiorno il sole splendeva ormai alto in cielo, riflettendosi su quella calma piatta. Uno spettacolo che veniva voglia di immortalare.
«Scatta una foto, fermiamo il tempo, proviamoci.»
«Se il tempo si potesse fermare, noi non ci saremmo, così come questo mare, questo sole e i gabbiani. È tutto in movimento, ora, sotto ai nostri occhi e finisce qui, insieme ai flutti del mondo. Noi dobbiamo soltanto seguire la corrente»
«E dove ci porterà?»
«Spero lontano.»
«Insieme?»
«Andiamo, si è fatto tardi.»

Quell’anno passò in fretta. L’uomo lasciò la sua canna da pesca nascosta in cantina, a riposo, come il suo cuore. Lei smise anche con le telefonate, faceva troppo male. I mesi passarono inesorabili, le ore precipitarono come pioggia fitta: il tempo non si poteva fermare, aveva ragione. E se il tempo scorreva, nel frattempo, quell’amore dove si è rifugiato? Nelle pieghe dei ricordi, quelli delle giornate al mare, sulla banchina del porto, delle passeggiate primaverili, delle notti in macchina a tenersi stretti. Solo così avrebbero potuto immortalare un attimo, come voleva quell’uomo, renderlo eterno e sacro, e non perderlo mai. Si torna sempre dove si è stati bene. E così accadde.

Natale 2018
Il mare è rimasto immobile e piatto, come se si fosse congelato per 365 giorni prima di ripresentarsi identico all’anno precedente. I gabbiani svolazzano ancora e l’uomo tiene in mano la sua canna da pesca, ormai non più così nuova. Ha la barba irta e i capelli lunghi sfuggono al controllo del berretto di lana. Allunga la mano sulla banchina, accanto a lui, come se potesse rievocare una presenza o colmare un’assenza. Sospira e caccia fumo dalla bocca. Pensa all’anno che è appena passato, a lei che era lì, a specchiarsi nell’azzurro della sua terra, distante chilometri dal caos della città che l’aveva inghiottita, dal traffico mattutino, le code e le scrivanie in ufficio. Ripensa a quel volto, a quel sorriso che non si può dimenticare, neppure dopo cento primavere. È così intenso quel ricordo, così pieno d’amore, che pare quasi di sentire il suo profumo, che si insinua prepotentemente dentro le narici: è gelsomino, indimenticabile, come quella donna. Una mano gli si posa sulla spalla spigolosa. Ed eccoli di nuovo lì, sulla banchina insieme ai gabbiani, i loro profili perfettamente allineati, un puzzle che si incastra alla perfezione.
«Prendiamo il largo» dice la donna.
«E dove vuoi andare?».
«Ho trovato un posto dove il tempo si è fermato».