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“A un cuore in pezzi

Nessuno s’avvicini

Senza l’alto privilegio

Di aver sofferto altrettanto.”

Emily Elizabeth Dickinson

Questa volta la riflessione parte da un concetto oggigiorno messo un po’ da parte: l’empatia.

Se in psicologia è la capacità di porsi nei panni dell’altro, in maniera diretta e immediata, nella critica d’arte e in pubblicità è l’esatto opposto, ovvero ciò che è capace di attrarre e far immedesimare lo spettatore.

In entrambi i casi si ha comunque uno scambio di prospettive, un avvicinarsi al sentire emotivo o al percepire un sentimento altrui come fosse proprio.

Questo sforzo, automatico e per nulla gravoso, di immedesimazione ci porta a vestire i panni altrui, a vivere come se fossimo altro da noi stessi; forse è il livello più elevato di inclusione comunitaria, qualcosa che nella società odierna potrebbe essere cura per molti “mali”.

Non è dote comune o capacità diffusa ma prerogativa di animi nobili, sensibili, altruisti.

È la caratteristica di chi non si è lasciato schiacciare da una realtà egoista perché non ha bisogno di emergere e dominare per sentirsi appagato.

Potreste chiedermi, in maniera del tutto legittima, perché io stia proponendo una simile riflessione.

In realtà la risposta è più semplice di quanto si pensi, forse anche banale.

È un pensiero nato per caso ma giustificato dagli eventi.

Mi riferisco a tutto ciò che in maniera generale sta avendo luogo in questo periodo e che va dalle continue opposizioni al ddl Zan, all’inasprirsi del conflitto Israelo-palestinese, passando per tematiche ancora attuali come il cosiddetto “problema migranti”, solo per citarne alcuni.

Non mi reputo un esperto in nessuna di queste “materie” né ho la presunzione di avere la verità in tasca o la soluzione ad ogni problematica.

Allo stesso tempo però, mi ha fatto tristemente sorridere l’idea che tutte queste tematiche siano accomunate da un unico filo conduttore: il non comprendere l’altro, quello che viene reputato “il diverso”, chiunque esso sia. 

Non è un non capire giustificato dai fatti, bensì un non voler comprendere o accettare per puro egoismo e per paura.

Una paura nata dall’ignoranza, dall’avidità e dalla violenza ormai radicate nell’animo umano.

Le tematiche citate non possono essere paragonate in termini di importanza o rilevanza ma in ognuna di esse si cela una non comprensione di fondo, così come una voglia di limitare i diritti altrui, mossa da un odio ingiustificato.

Da qui il pensiero nato all’improvviso e in maniera sicuramente ingenua: non sarebbe tutto più facile, semplice e giusto, se provassimo più frequentemente ad immedesimarci nelle vite degli altri?

L’empatia potrebbe essere la chiave per un mondo migliore, più giusto e sicuramente più in linea col sentire comune.

Percepire sulla propria pelle ciò che viene provato da qualcun altro potrebbe servire a rendere più capaci di amare e di rispettare le libertà di tutti in maniera semplicemente naturale.

Dovrebbe essere connaturata all’indole umana la capacità di guardare gli altri come se ci guardassimo allo specchio, ma forse ce ne siamo dimenticati.

È arrivato il momento di ricordare a noi stessi e agli altri un’importante lezione di vita:

È il bisogno di essere ascoltati che ci porta ad ascoltare,

quello di essere amati ad amare,

di essere capiti a sforzarsi di capire.

È la voglia di essere accettati che non ci fa avere più pregiudizi,

perché essere empatici è una strada a doppio senso.

Il dolore provato, se da un lato può rendere più forti, dall’altro sa rendere più umani.

Lorenzo La Rosa

Foto di Lorenzo La Rosa