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Questo Blog si presenta con un nome impegnativo.
Educare alla bellezza.
Un sogno, un obiettivo, un metodo. Un viaggio che, se intrapreso, dura tutta la vita.
Sono molti i significati che il lettore può attribuire a questa formula, che dipendono dal valore che attribuisce alla “bellezza”: un parametro oggettivo e soggettivo che orienta verso l’estetica, l’etica, le inclinazioni personali, la cura delle relazioni, la tutela del bene comune, di quello privato, la conoscenza della natura, lo studio delle materie, la formazione della cultura, la ricerca dell’ignoto, la salvaguardia dell’ambiente, il rispetto per la vita.
Una formula che presuppone una dimensione individuale e una collettiva, perché l’animo deve innanzitutto essere predisposto a questo approccio e perché il processo educativo avviene sempre mediante un contatto o una relazione.
L’educatore e l’educato, l’insegnante e gli alunni, il genitore e figli, l’allenatore e la squadra, o ancora il legame che si instaura tra amici, e così via, in un rapporto biunivoco, in cui entrambe le parti si educano a vicenda.
Un sogno, un obiettivo, un metodo.
Nel contesto storico attuale, denso di conflitti, instabilità, egoismi e paure, è sicuramente un sogno, per chi crede che ciò che non funziona possa riprendere a ingranare.
Per chi ha lasciato una porzione di incanto nel suo sguardo.
Per chi è consapevole delle difficoltà del presente, ma non si arrende per un futuro alternativo.
E perché ciò accada, serve uno sforzo. Educativo, in senso etimologico.
“Educare” deriva dalla radice latina “ex – ducere”, condurre fuori, ed è proprio questo l’obiettivo del processo educativo, ovvero portare il soggetto e le sue potenzialità a creare, fare, cambiare, imparare, formare, sviluppare cose vecchie e cose nuove, adattarsi al mondo e adattare il mondo a sé, educando contemporaneamente se stesso e l’altro.
E così il sogno si fa obiettivo, meta concreta da raggiungere, dopo un lungo viaggio: non più idea deontologicamente astratta su come dovrebbe essere il mondo, ma impegno razionale su ciò è che possibile fare nel mondo.
Il tempo delle utopie è finito e resiste solo nelle sceneggiature hollywoodiane e in qualche best seller.
L’obbiettivo va ora messo a fuoco, l’obiettivo va ora conquistato, e per questo serve un metodo. Preciso, ragionato, condiviso.
Perché non basta un solo soggetto per realizzare il cambiamento, ma è necessario cominciare dal soggetto, dalle sue potenzialità, dai suoi sforzi. E da quelli dell’altro.

In questo Blog, con questo nome impegnativo, si aprono molte finestre, attraverso cui il lettore può posare lo sguardo e prendersi un momento di pausa, mirando realtà che non conosce o vite che non ha mai incontrato o semplicemente leggendo racconti che non ha mai letto.
Questa finestra, che non è un trattato sull’educazione, si apre su un piccolo paesino, Cinisi, in cui nasce e cresce un giovane illuminato, un ragazzo eclettico con la passione per la poesia, la politica e la radio. Tre mondi tangenti tramite cui esprime i suoi pensieri, in una geografia limitata e chiusa che è per questo ostile ai suoi pensieri, e alle novità in generale.
Ma Cinisi affaccia sul Mediterraneo, sulle sue acque tirreniche, e, come in ogni luogo bagnato da questo mare, arrivano sempre idee e profumi nuovi. Di libertà.
Cinisi si trova nella parte nord occidentale della provincia di Palermo, capoluogo sito nella parte nord occidentale di una delle isole più belle e contraddittorie, nonché la più grande, del Mediterraneo.
La bellezza della geografia siciliana è nota, delle sue origini fenicie ed elleniche, delle sue tradizioni teatrali e artistiche, della matematica di Archimede e della filosofia di Empedocle, delle prime città-stato della Penisola, dell’influenza romanica, bizantina, islamica, normanna, poi angioina e aragonese, dell’imponenza raggiunta con il Regno dei Borboni, sino ad arrivare al momento dell’unificazione d’Italia, tra luci e ombre.
Periodo storico molto complicato, tra commistioni riuscite e rigettate, in cui si consolida il fenomeno del brigantaggio e la difesa a oltranza dall’ennesimo invasore straniero.
Periodo storico in cui inizia a prosperare, tra malcontento e latifondi, su una mentalità ancestrale legata al concetto di proprietà fisica e “sociale”, una cultura deviante, fatta di soprusi e violenze, che negli anni perfeziona la sua struttura e sviluppa la sua portata criminale, fino ad organizzarsi in un gruppo di uomini disposto a tutto pur di autoconservarla e godere dei profitti che ne scaturiscono, ai danni degli altri. Una cultura deviante che si fa sistema.
Pochi libri di storia raccontano che lo sbarco alleato della Seconda Guerra Mondiale, da cui dipendono le sorti della stessa, è stato reso possibile proprio dai compromessi tra politica e intermediari criminali, a livello internazionale.
Un fenomeno enorme e storicamente complesso, che avanza sino ai giorni nostri, cambiando pelle ma non mentalità.
Il padre di Peppino, quel giovane illuminato, è espressione di questa mentalità.
Chi nasce in questo contesto, quasi sempre ne viene assorbito, essendo una cultura tramandata soprattutto per socializzazione primaria, e quindi l’educazione in casa.
Un destino, in pratica, che segna (o tenta di farlo) il percorso dal cognome che si porta. Tra onore e onere.
Ma Peppino non accoglie quei valori, non accetta quella mentalità, non si ispira agli ideali del padre. Si ribella, rompe le catene, snoda il laccio emostatico che rallenta la circolazione.
Del sangue, dell’ossigeno, dei pensieri.
Pensieri di libertà, di futuro, di bellezza. Da raccontare agli altri. Come?
La poesia, la politica, la radio. Sono questi i mezzi con cui il giovane Peppino prova a giocare la sua parte nel mondo. Lui e pochi altri rivoluzionari cominciano a insinuare il dubbio, a Cinisi.
Una realtà diversa è possibile?
Una realtà fatta di giustizia e legalità, della supremazia dell’interesse pubblico, del vantaggio collettivo, della tutela del più debole, della solidarietà fra molti.
Radio Aut squarcia il velo di Maya sull’ordine costituito, si prende gioco degli uomini d’onore che comandano, racconta i compromessi in essere tra la politica locale e i clan. Smuove le coscienze.
Una voce libera che fa vacillare la credibilità del potere di questi uomini sanguinari.

Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore”.

Questa la formula di Peppino: ci credeva sul serio. Era la sua meta.  Il suo modo per sperare nel futuro.
Gli è costata la sentenza di morte, eseguita la notte del 9 maggio 1978.
Quel giorno, la Sicilia, nonché l’intero Mediterraneo, hanno perso uno dei loro migliori interpreti e sognatori: Giuseppe – detto Peppino – Impastato, giovane illuminato.
Uomo che non si è arreso alle convenzioni culturali, non si è piegato all’arroganza mafiosa, non ha smesso di lottare per i suoi diritti e quelli della sua gente.
Uomo che ha individuato un sogno, un obiettivo, un metodo alternativo e l’ha coltivato.
Il suo messaggio di bellezza corre oggi sulle gambe di molti altri.
Di tutti coloro che credono che ciò che non funziona possa riprendere a ingranare.
Di chi ha lasciato una porzione di incanto nel suo sguardo.
Di chi è consapevole delle difficoltà del presente, ma non si arrende per un futuro alternativo.
Educare alla Bellezza: la formula vincente per il futuro, che arriva da Cinisi.