Tempo di lettura: 2 minuti

Aimee Lou Wood in Sex Education

Qualche settimana fa ho finito di guardare la terza stagione di Sex Education e, se inizialmente ero entusiasta di essermi divorata in due giorni questa nuova chicca, successivamente alcuni dubbi hanno iniziato a venire a galla nella mia testa.

Ora, per tutti coloro che vivono da eremiti sulle montagne o che più semplicemente non conoscono questa serie tv, Sex Education è una commedia adolescenziale ambientata in Inghilterra, firmata Netflix, diretta da Laurie Nunn, iniziata nel 2019 e arrivata ad oggi alla conclusione della sua terza stagione.

Attraverso il tipico scenario liceale, la serie vuole affrontare diverse tematiche legate al mondo della sessualità e di come questo venga troppo spesso mal condiviso e mal comunicato dagli adulti ai giovani. In modo ironico e tendenzialmente leggero, la serie non risulta mai banale e va a toccare nel corso delle tre stagioni tantissimi aspetti della sessualità tra cui anche aborto, molestie, identità di genere, autoerotismo e infezioni sessualmente trasmissibili, sessualità e disabilità.

Ok, tutto molto bello. Ma cosa è successo nella terza stagione di tanto ambiguo da portarmi a questa crisi esistenziale? Ho avuto come l’impressione che l’aspetto maturo e originale della serie si trasformasse in un pretesto per cadere nelle stesse trappole di stereotipi che la serie stessa cerca di abbattere. Mi spiego meglio. NO SPOILERS.

Diversi personaggi secondari, le cui storie sono cresciute in modo molto interessante nel corso delle stagioni, vengono qui utilizzati solo come marionette per definire la trama dei due protagonisti. L’apparente narrazione corale diventa soltanto un’apparenza, finendo per abbandonare gli altri personaggi quando questi non servono più alla trama dei protagonisti.

I protagonisti principali sono una coppia cisgender eterosessuale. Parlare di orientamenti sessuali ad ampio spettro, arrivare a trattare la transessualità, l’identità non binaria o la asessualità per poi finire a focalizzarsi soltanto sulla ricerca forzata di un happy ending per la coppietta standard dei due protagonisti conformemente lui maschile e lei femminile, trovo significhi tuffarsi in un modo diverso sempre nel solito cliché. Non dico che sia obbligatorio avere i protagonisti non eterosessuali per poter parlare di sessualità diverse, ma alla fin fine però siamo sempre noi etero bianchi cis a fare da padroni…non vi pare?

Uno dei punti più interessanti, a mio avviso, di Sex Education è la narrazione dei personaggi femminili. A partire dalla madre del protagonista Otis, una sessuologa, le donne hanno sempre avuto partecipazione attiva nel formare la trama della serie, in modo indipendente e attuale. Nella terza stagione questo viene meno, portando addirittura a legare la follia di una donna alla sua infertilità, andando quindi a sotto intendere che ok va bene tutto, siamo tutt* femministe, ma alla fine se non siamo madri non siamo né equilibrate né tanto meno felici.

Sex Education, in conclusione, inizia con euforia, per poi lasciare un retrogusto amaro di un potenziale lasciato incompiuto. La quarta stagione è già stata annunciata e spero davvero che dia riscatto a una serie partita con le migliori intenzioni, mantenute anche nel concreto in moltissimi episodi, ma poi un po’ perse strada facendo.

Valutazioni 3 stagione (0-5):

Regia ⭐️⭐️⭐️
Sceneggiatura ⭐️⭐️⭐️
Recitazione ⭐️⭐️⭐️⭐️
Fotografia/ambientazioni ⭐️⭐️⭐️⭐️