Tempo di lettura: 6 minuti

Anno 863. Cirillo e Metodio si preparano alla partenza per quella che sarà in seguito definita come missione morava. Non sanno che quattro anni dopo dovranno andare a Roma ad incontrare il papa. Non sanno che più di undici secoli dopo il papa li nominerà Apostoli degli Slavi e li proclamerà patroni d’Europa. I due fratelli si preparano alla partenza con inchiostro, penne, pergamena e la Parola di Dio.

L’attività dei fratelli si inserisce nel contesto della cristianizzazione dei popoli dell’Europa Centrale. La cristianizzazione fu svolta dall’Oriente dall’Impero Bizantino e dall’Occidente dall’Impero Romano. Entrambe le forze volevano approfittare della situazione per i propri interessi politici.

La classe dirigente delle nazioni slave appoggiavano la nuova religione, perché vedevano in essa una garanzia per la propria autonomia e per il proprio sviluppo culturale e politico. Accettando la nuova religione, infatti, si inserirono nella corrente di sviluppo e di progresso nel contesto storico e politico dell’Europa Centrale. 

Nella metà del IX secolo il clero tedesco incombeva sul principato della Grande Moravia. Il principe Rastislav voleva trovare un alleato per poter sostenere questa pressione politica e lo cercò in Oriente. Accettò la versione orientale bizantina del cristianesimo, che tollerava la liturgia nelle lingue locali dei fedeli, mentre il rito cattolico occidentale sosteneva la santità delle tre lingue: il latino, il greco e l’aramaico. Rastislav mandò i propri diplomatici a Costantinopoli dall’imperatore Michele III con la richiesta di ricevere nella Grande Moravia sacerdoti che conoscevano la lingua slava e che potevano insegnare agli allievi la dottrina cristiana nella loro lingua madre. Rastislav voleva infatti fondare sulle sue terre un’organizzazione ecclesiastica autonoma con la liturgia slava. L’imperatore affidò il compito di proselitisti ai fratelli Costantino e Metodio, che erano famosi per le loro capacità organizzative e la loro saggezza e che conoscevano inoltre la lingua slava della loro città natale. 

Nati nei primi decenni del IX secolo, i due fratelli appartenevano a una famiglia importante di Salonicco (nell’odierna Grecia, in greco Θεσσαλονίκη, nelle lingue slave Solun). Il padre Leone fu un funzionario bizantino, la madre Maria era slava. Metodio, il fratello maggiore, prestò servizio nell’esercito e nell’amministrazione, ma diventò poi monaco e priore di un monastero sull’Olimpo. 

Il fratello minore, Costantino, ricevette un’ eccellente educazione teologica e filosofica a Costantinopoli. Conosceva il greco, il latino, l’aramaico e il dialetto slavo di Salonicco, conosceva anche gli alfabeti e le scritture orientali. Fu bibliotecario della biblioteca patriarcale, segretario del suo precettore Fozio, che in seguito diventò patriarca, e insegnante di filosofia. Condusse diverse missioni diplomatiche per conto dell’Impero Bizantino verso l’Oriente, dai Saraceni e dai Cazari. Dopo il suo ritorno dalla Cazaria nel 862, Costantino iniziò la sua attività di proselitismo. Fino ad allora gli Slavi non avevano un loro alfabeto o una lingua letteraria, i fratelli dovettero dunque inanzi tutto elaborare un alfabeto, idoneo ad annotare i caratteristici fonemi slavi (nacque così il glagolitico), e coniare una nuova apposita terminologia per innalzare la lingua slava al livello di lingua liturgica. In questa lingua avrebbero poi tradotto i testi liturgici. Il primo testo tradotto in lingua slava fu l’evangelario (o lezionario o aprakos), una raccolta di brani del Vangelo, che inizia con il primo capitolo del Vangelo secondo Giovanni: “In principio era il Verbo”.

Anno 864. Costantino e Metodio arrivarono nella Grande Moravia. Lavoravano come insegnanti per un gruppo di allievi scelti, introducevano gradualmente la liturgia in lingua slava e continuavano a tradurre i testi slavi. In questo periodo tradussero tutti i testi liturgici del rito bizantino in lingua greca: i quattro Vangeli, l’Epistolario il Salterio e il Rituale. Queste traduzioni segnarono l’inizio di una nuova lingua letteraria, il che non era una novità per l’Oriente (Armeni, Copti, Persiani etc.), ma per l’Occidente, che vantava una totale latinizzazione della vita spirituale e politica, fu invece un vero atto rivoluzionario. Questa rivoluzione portò gli Slavi ad essere uno dei pochi popoli in quel tempo con una propria lingua letteraria, la liturgia nella propria lingua e una propria Chiesa. 

Anno 867. A causa delle circostanze politiche instabili e del sentimento avverso del clero tedesco, Costantino e Metodio dovettero confermare la propria posizione a Roma e ottenere il permesso del papa per celebrare la liturgia in lingua slava. Si recarono dunque presso la Santa Sede. Per strada, in Pannonia, si fermarono dal principe Kocelj, che mandò con loro 50 allievi, affinché imparassero anche loro la liturgia slava. 

Il papa Adriano II accolse i due fratelli con grande entusiasmo, perché portarono a Roma le reliquie di san Clemente, terzo vescovo di Roma, trovate da Costantino in una missione diplomatica a Cherson, ma anche perché sperava di accrescere la propria influenza sulle terre slave. Costantino e Metodio ottennero il permesso di celebrare la liturgia in lingua slava nella Grande Moravia e in Pannonia. 

Costantino non tornò in Moravia, perché si ammalò e morì a Roma nel 869, non prima di diventare monaco e cambiare nome in Cirillo. È sepolto nella chiesa di San Clemente. Metodio continuò il lavoro di traduttore e insegnante, nel 870 diventò vescovo di Sirmio, ma il clero tedesco lo fece richiudere per tre anni e fu scarcerato solo su intervento del papa. Dopo la morte di Rastislav il nuovo principe Svetopolk si alleò con i tedeschi e iniziò ad accusare Metodio e i suoi allievi di eresia. Dopo la morte di Metodio nel 855 gli uomini di Svetopolk esiliarono tutti gli allievi dei due fratelli e distrussero tutti i loro libri liturgici. Dopo questo periodo, la lingua latina entrò a far parte della liturgia del luogo e la storia della liturgia slava nella Grande Moravia cessò. 

Gli allievi di Cirillo e Metodio abbandonarono la Grande Moravia e si rifugiarono in tre nuovi centri religiosi e culturali: in Croazia, dove continuarono la tradizione glagolitica fino al XX secolo, a Ohrid in Macedonia e a Preslav in Bulgaria, dove migliorarono l’alfabeto di Cirillo e formarono così un nuovo alfabeto, l’alfabeto cirillico, ancora in uso fino ad oggi nei paesi di rito bizantino.

Lungo la strada verso Roma i fratelli si fermarono a Venezia, dove si imbatterono in una discussione con i latinisti, che sostenevano che la lingua slava non fosse idonea come lingua liturgica, ribadendo il primato delle tre lingue sacre (latino, greco e aramaico). Le biografie dei santi Cirillo e Metodio, che risalgono al IX secolo, riportano la loro risposta alla provocazione. »Dio non fa forse cadere la pioggia su tutti gli uomini allo stesso modo? Non fa splendere il suo sole per tutti? Non respiriamo forse tutti l’aria allo stesso modo? E voi non vi vergognate di stabilire solo tre lingue e decidere per tutti gli altri popoli che debbano essere ciechi e sordi? Ditemi: credete che Dio sia incapace di fare questo o tanto invidioso, da non volerlo? Noi conosciamo tanti popoli, che sono abili nella scrittura e cantano la gloria a Dio, ognuno nella propria lingua« (traduzione dell’autrice da F. Grivec, Žitja Konstantina in Metodija, Cvetje iz domačih in tujih logov 8, Mohorjeva družba: Celje, 1936). La risposta è sorprendentemente attuale e mette in risalto la figura dei due fratelli che sono, insieme a san Benedetto abate, patroni d’Europa, l’Europa che ha o dovrebbe avere come valore e principio fondamentale la democrazia e il rispetto per la diversità linguistica.