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La cultura del nostro Paese, più di ogni altra, è frutto di quel processo tanto duraturo quanto difficoltoso chiamato sincretismo. Non esagereremmo se affermassimo che quella che noi, ostinatamente, chiamiamo e difendiamo come cultura “italiana” non è altro che il prodotto sincretistico di innumerevoli incontri, scontri, mescolanze e fusioni fra modelli culturali eterogenei.

Tra questi modelli c’è sicuramente quello ebraico che, in Italia, a differenza di quello che accade nel resto dell’Europa dove la popolazione ebraica
fa riferimento o alla tradizione sefardita (praticato dagli ebrei provenienti dalla Spagna e dal bacino mediterraneo) o a quella askenazita (propria degli ebrei provenienti dalla Germania e dal nord Europa), crea una tradizione tutta sua, nazionale, (minhag italkì= rito italiano) antecedente alla comparsa del cristianesimo e di cui, per certi versi, ne costituisce la premessa.

Il rapporto tra l’ebraismo e il nostro Paese è sempre stato caratterizzato da un sentimento antagonista: attrazione e repulsione, assimilazione ed esclusione. La costruzione del primo ghetto della storia ebraica a Venezia nel 1516, il forte pregiudizio antigiudaico della Chiesa, i provvedimenti antiebraici del 1938 ma anche la cospicua presenza nel mondo politico, intellettuale e accademico o la geografia delle nostre città che appartiene in considerevole parte al mondo ebraico con la presenza di cimiteri, sinagoghe, catacombe e interi quartieri, testimonianza di una vicinanza non solo culturale e sociale ma anche spaziale, sono la dimostrazione di un contatto e di una presenza oggi ignorata o addirittura dimenticata.

L’incapacità del nostro Paese nel preservare e valorizzare il nostro patrimonio culturale immobile (soprattutto) è risaputa ed è oggetto di scherno anche all’estero. Le esperienze e pratiche positive di tipo museale e archeologico sono dovute alla lungimiranza e capacità dei singoli direttori piuttosto che alla progettualità e agli sforzi della struttura governativa.

Come spesso capita alle carenze pubbliche sopperiscono enti privati capaci di mobilitare ingenti somme economiche e professionalità in progetti a lungo termine.

Un’esperienza di notevole interesse è quella della Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia, promossa dall’Ucei (Unione delle Comunità Ebraiche Italiane che dal 1986 si è posta l’obiettivo “di promuovere il recupero, la conservazione, il restauro e la valorizzazione del patrimonio storico-artistico ebraico italiano. L’obiettivo è garantire la preservazione dei beni culturali ebraici in Italia, che rappresentano la memoria diffusa e radicata nel Paese di una presenza che dura da oltre duemiladuecento anni”.

Decisamente interessante è l’attività di mappatura e catalogazione online messa in campo dalla Fondazione che permette di individuare velocemente ed intuitivamente il patrimonio culturale ebraico dislocato sul territorio italiano.
http://www.visitjewishitaly.it/