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Aida guarda il piccolo Pietro giocare fuori, in giardino.
Corre su e giù calpestando la verde erba a piedi nudi, con le braccia tese al cielo mentre in mano stringe uno spago legato a un aquilone rosso.
Lo guarda dalla finestra della cucina, dove aspetta Maria per preparare il pranzo.
Tante erano state le domeniche passate insieme ad Andrea, suo marito, in cucina. Tante eppure ora troppo poche, ora che Pietro lo vedeva crescere da sola da dietro una finestra.
Perché il destino è beffardo, a volte meschino. Forse anche troppo…

” Ho bisogno di staccare, ho bisogno di Maria.”
Questo si era ripetuta Aida per settimane dalla terrazza del quarto piano della sua casa a Siviglia. La nostalgia si mischiava al malumore, la malinconia al dolore, ogni volta che il sole arrossiva le nuvole e sbiadiva il blu del cielo. Perché il tramonto lo avevano guardato assieme mille volte Aida ed Andrea, l’uno nelle braccia dell’altro.
Ogni oggetto di quella casa raccontava una storia d’amore lunga vent’anni, eppure oggi troppo simile alla vita di una farfalla.
Venti anni che oggi sembrano un giorno solo.

La sua valigia, quella del piccolo Pietro e il volo verso l’Italia, verso Maria che è la madre di Andrea.
Tante sono state le domande di Maria nel vedere Aida e Pietro così, inaspettatamente davanti la sua porta. Tante domande, mille preoccupazioni ma una sola risposta, la solitudine.
Maria la conosceva bene, l’aveva conosciuta molti anni prima quando un male inaspettato gli aveva portato via suo marito, lo stesso male che aveva portato via Andrea e ora li costringeva a condividere lo stesso destino.

Da dietro la finestra della cucina il mondo sembra diverso, forse in effetti lo è. Aida se ne accorge. Resta lì a guardare Pietro seguire l’aquilone, imparando a leggere così una leggera trama del destino racchiusa nel movimento di quell’aquilone, spinto dal rumore del vento, rumore che lei non ode.
Così, piano capisce che proprio ciò che non vede, che non sente, che non percepisce, ma di cui conosce la sicura esistenza ha dettato tutto ciò che riesce a ricordare di quegli anni.
L’impotenza e la rassegnazione gli occupano ora la mente e il cuore.
La consapevolezza che nulla accade per caso è racchiusa nel volo silenzioso di quell’aquilone, silenzioso come il destino.

Come le ali di una farfalla i ricordi di Aida si aprono e si chiudono nella sua mente. Andrea figura in ognuno di essi, in ognuno di quei viaggi. Ricorda il sole che annoiato splendeva a fatica sulla piazza rossa di Mosca in un lontano venerdì di Aprile. Un gabbiano che elegante si poggiava sui faraglioni di Capri e il gelato che colava sulle scarpe di Pietro. Il freddo di una notte d’inverno a Londra e il caldo di una domenica pomeriggio a Cuba, passata a cantare e ballare con la leggerezza che solo in alcuni posti si può trovare.

Il pranzo ormai è quasi pronto, è stata Maria ad occuparsene, ad Aida non resta che avvertire Pietro.

Fuori lo guarda sorridere, lo sente ridere felice.
Il vetro ora non li divide più.
Prendendolo per mano si incamminano verso l’uscio di casa, seguendo gli odori inconfondibili del pranzo della domenica.
Alle loro spalle, verso il cielo, vola alto l’aquilone, liberato o liberatosi dalle mani di Pietro, questo ormai importa poco. Il pranzo è pronto.