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L’incenso bruciava robusto e ammaliante impregnando tutte e cinque le navate della Cattedrale. Il fumo nebbioso che si innalzava dagli altari rendeva l’atmosfera sfuggente, sognante, più vicina al cielo che alla terra. Sotto i nostri piedi pietra lavica macchiata del sangue di vergini, sacrificate migliaia di anni prima a divinità meschine e crudeli, in nome di un raccolto fiorente, di una malattia scampata. Sopra le nostre teste le altissime volte a botte intrappolavano tra cielo e terra decine di cherubini intenti a scappare dal terreno peccaminoso.

Come i mercanti nel tempio un paio di migliaia di anni fa, tre uomini erano intenti a vendere benedizioni, preghiere, salvezza in quel luogo che, la compravendita, unita al sangue delle vergini e ai cherubini, camuffava ad occhi inesperti da ciò che non era mai stato.

Lo Zòcalo di Città del Messico è un regalo che Cortés fece agli infedeli. Prese un tempio macchiato da centinaia di anni di culti errati, chiese perdono all’unico vero Dio e lo trasformò in un luogo sacro intitolato a Fede, Speranza e Carità, le tre vergini che ne sovrastano la facciata. Eppure, quel luogo, appare privo di tutte e tre.

Il conquistatore ha trasportato su enormi navi per mesi di viaggio le sue verità e, una volta approdato, ha trasformato in creta le solide basi che costruivano le verità di altri e le ha rimodellate a propria immagine e somiglianza.

A novemilasettecentoottantaquattro chilometri da casa la Cattedrale è esattamente quello che non vorresti vedere. E’ imposizione, violenza, ma, sopratutto, è la prova di qualcosa che è andato perso per sempre a causa dell’incapacità dell’uomo di accettare la diversità.

I luoghi di culto dovrebbero rappresentare la spiritualità, l’unificazione ancestrale dell’umanità, eppure spesso, come in questo caso, il loro fine è la sottomissione.

Dove la pace e la carità dovrebbero regnare, l’uomo ha cancellato ogni santità con la sua spada, usando un inchiostro purpureo e indelebile per coprire qualsiasi segno che non lo rappresentasse. Questi luoghi raccontano di un Dio divisivo, rancoroso, violento, non per sua volontà ma, suo malgrado, in suo nome.

Di fede speranza e carità parla ogni mattina l’alba, ogni sera il tramonto. Di promesse e futuro parla l’arcobaleno dopo la tempesta. Di raccoglimento e santità sussurra il vento della pineta nei caldi pomeriggi d’agosto.

I luoghi di culto reali, quei posti in cui possiamo sentire il potere dell’assoluto dentro di noi, quasi mai hanno visto le mani dell’uomo modellarli. La nostra imperfezione può creare cose meravigliose agli occhi ma mai sacre per il cuore.

L’odore dell’incenso, i canti gregoriani che riecheggiavano nell’immensi soffitti, i flash che disturbavano le preghiere delle devote. Un sacro tramonto ci attendeva, rosso, giallo e rosa, con nuvole viola rabbiose in lontananza. La luce divina dell’imbrunire ci ha accolto a braccia aperte quando finalmente ci siamo lasciati alle spalle quel luogo di fede.