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“Un cuore nero che emerge dal buio, nero come i tempi che lo hanno forgiato. Un cuore non più puro, affaticato, stanco, stropicciato ma pur sempre un cuore che non smettere di battere per la vita che desidera.”

Mi sono lasciato distrarre, nei precedenti testi, dal mio “sentire” del momento tralasciando per un attimo quello che è da sempre scopo di questa rubrica: raccontare storie di vita che in qualche modo riescano ad intrecciare le loro trame con la nostra.

Ci sono volte in cui gli avvenimenti quotidiani catturano ogni briciola di attenzione e monopolizzano il tempo.

Questo è esattamente ciò che è successo e che probabilmente continuerà a succedere in un periodo così complesso e in cui lasciar fuori il fluire quotidiano è del tutto impossibile.

Tale difficoltà deriva sia dalla fame di notizie, mai sazia, sia da ciò che ogni giorno va in scena e che ci riguarda in prima persona.

Così, soprattutto per dovere nei confronti della proposta che “Mens In Mare” vuole essere ho indirizzato lo sguardo a delle storie che possano prendere vita all’interno del quadro attuale parlando ad ognuno di noi.

È successo un po’ per caso, come quando dopo un periodo di disorientamento riesci finalmente a mettere a fuoco un obbiettivo; così ciò che Jacopo aveva da dire ha colpito la mia attenzione.

Jacopo ha 48 anni, due figli, un compagno e un matrimonio alle spalle.

È uno di quegli uomini che non si sono mai tirati indietro nella vita e che ogni scelta compiuta hanno dovuto sudarla il doppio rispetto agli altri. Non perché stessero vivendo una situazione difficile ma semplicemente per quella peculiarità del loro carattere che li porta sempre a fuggire ogni tipo di scappatoia, preferendo di gran lunga la strada maestra.

Jacopo, oggi, ha 48 anni, due figli, un compagno, un matrimonio alle spalle e non ha più la forza di sorreggere il peso di una vita conquistata centimetro dopo centimetro, ottenuta contando solo sulle proprie forze.

Per quanto continui a lottare non riesce più ad arrivare a fine mese, non ci riesce da un po’ ormai, e la situazione attuale ha solo velocizzato ciò che la crisi economica pregressa ha eroso in maniera più lenta ma comunque inesorabile.

La differenza è una sola al momento e lui la descrive così:

“Sono tempi bui, lo sono da un po’ in verità, ma oggi il buio lo si tocca anche solo a guardarlo; lo si respira, ti accarezza la pelle e lo si sente stringere la sua morsa intorno alla gola.

È un buio diverso rispetto a qualche anno fa perché oggi vi si è aggiunto quel senso di precarietà della vita stessa.”

Jacopo ha 48 anni, due figli, un compagno, un matrimonio alle spalle e una serie di patologie pregresse che lo descrivono come un soggetto altamente a rischio.

Ha deciso, per necessità e per cautela, di isolarsi volontariamente e dal primo lock-down per lui le cose non sono affatto cambiate.

La routine ormai gli sta stretta ma non può rischiare di complicare una fragilità già presente, persino l’aria è una possibile nemica.

La sua attività commerciale è chiusa come stabilito dall’ultimo decreto. Sebbene accetti e rispetti le decisioni del Governo, non riesce più a tenere a freno l’angoscia e la rabbia.

Un’altra chiusura, un nuovo stop alla vita che stavamo ricominciando ad assaporare. Le ripercussioni della prima chiusura sono state enormi e anche gli effetti di questo secondo “freno” necessario saranno imprevedibili.

Purtroppo, è vero, sono tempi bui.

Lo sono sia per un nemico invisibile e che spesso dimentichiamo, perché fortunati nel non averlo incontrato e sia per nemici, invece, ben presenti.

Nemici in carne ed ossa che mettono continuamente da parte la compassione solo per prediligere il puro egoismo.

Quando la prigione imposta diventa la non curanza altrui non si può far altro che chiudere ogni accesso possibile.

Jacopo ha 48 anni, due figli, un compagno, un matrimonio alle spalle e l’insicurezza di non riuscire mai più a sostenere la sua famiglia o a passare una giornata spensierata in riva al mare con chi ama.

Tutto questo però non è solamente un effetto del momento, di una pandemia in atto e di chi continua a negare l’evidenza; la situazione odierna è anche il risultato dell’intero periodo storico che abbiamo vissuto e stiamo vivendo.

Un momento in cui le mancanze non sono soltanto economiche o affettive ma hanno eroso la nostra capacità di guardare in prospettiva.

I sogni sono stati relegati, confinati nel mondo dell’impossibile. Oggi sognare equivale a delirare, a non avere più con contatto con il reale. Ci è stata rubata persino la possibilità di sognare.

Ma tolto anche questo, cosa ci resta? Come può Jacopo rialzarsi e continuare a battersi per un “sogno”?

Rimane ben poco a cui aggrapparsi per non scivolare giù.

Tutti quelli che oggi danno la colpa della situazione all’insorgere del Coronavirus o non sanno di cosa parlano o si raccontano una bugia.

Jacopo ha 48 anni, due figli, un compagno, un matrimonio alle spalle e sebbene creda nel lavoro dello Stato e rispetti le misure previste da gente esperta, non riesce più a sperare.

La situazione era tragica ben prima dell’avvento di questa malattia che, se da un lato ha fatto precipitare in maniera vertiginosa la realtà della vita quotidiana, dall’altro ha anche portato alla luce una grande verità: l’intera impalcatura del vivere umano va ripensata, migliorata e se necessario stravolta.

Siamo cambiati e non ce ne siamo nemmeno resi conto o almeno fin quando non siamo stati costretti a considerare l’immobilità come unico passepartout per la libertà.

Quello che un tempo era un cuore buono, caldo, oggi è molto più cupo. Rincorre una felicità spesso stiracchiata. È un cuore nero quello di Jacopo, in linea con i tempi.

Non è nero perché malvagio ma per i lividi lasciati dalla vita, ricordi di vittorie ottenute con sacrificio; eppure è un nero che abbaglia, che emerge dal buio, sintomo di una speranza vacillante ma non del tutto estinta. 

Lorenzo La Rosa

Foto di Lorenzo La Rosa