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Gli sloveni sono un popolo di cantanti. La musica, in particolare la musica corale e la polifonia in generale, ha svolto un ruolo molto importante nella storia degli sloveni e degli altri popoli che come loro hanno vissuto diversi secoli sotto l’egemonia di altri popoli. La cultura slovena, per sopravvivere all’imposizione delle altre, considerate più elevate, è ricorsa alla musica come strumento di coesione e rappresentanza nazionale. La polifonia è diventata un elemento essenziale della vita culturale degli sloveni, dando inizio a una tradizione corale importante che continua fino ad oggi: alcuni cori sloveni sono tra i cori più apprezzati sulla scena corale mondiale. E se nella lingua slovena si usano i detti “Ni naroda, ki bi znal peti kakor Slovenci” (Non c’è popolo che sappia cantare come gli sloveni) oppure “Trije Slovenci – en zbor” (Tre sloveni – un coro), una ragione ci sarà.

Ci sono stati due concerti storici, che meritano di essere ricordati nella storia della coralità slovena e nella memoria collettiva del popolo sloveno. Il primo il 12 dicembre 1941, quando il Coro (maschile) accademico dell’Università di Lubiana si esibì per l’ultima volta prima del kulturni molk (silenzio culturale), un’iniziativa promossa dagli esponenti culturali della resistenza slovena in risposta all’occupazione italiana di Lubiana. I poeti, scrittori, musicisti, artisti, giornalisti, pubblicisti e scienziati sloveni decisero di boicottare le manifestazioni culturali di stampo fascista, che venivano imposte dai vertici del regime occupante, e di cessare pertanto ogni attività culturale, per evitare la collaborazione con il regime. Il Coro accademico si esibì a Lubiana, davanti ad un’Unionska dvorana (sala Union) gremita, sotto l’occhio vigile delle forze dell’ordine italiane. Il fonico Rudi Omota registrò il concerto su una pellicola attraverso un microfono, scrupolosamente nascosto nel lampadario centrale della sala.

Nessuno dei coristi di allora è più in vita, ma la memoria di questo concerto è impressa sulla pellicola di Omota, oggi digitalizzata e conservata nell’archivio della RTV Slovenija (Radiotelevisione nazionale slovena), e nelle testimonianze del fonico stesso, che benché non fosse stato presente in sala, perché intento a registrare il concerto di nascosto, fu profondamente scosso dall’atmosfera di quella sera e dalla reazione del pubblico, che seguì il concerto con profondo dolore. L’emozione raggiunse l’apice durante l’ultimo brano, Lipa zelenela je: il tiglio – uno dei simboli nazionali degli sloveni – verdeggia e offre riparo nella sua ombra agli uccellini e all’uomo; poi arriva l’inverno e si prende con sé le sue foglie, ma dopo l’inverno c’è sempre una nuova primavera, l’albero rinascerà e gli uccellini canteranno nuovamente. Il valore simbolico del brano fu molto sentito, tanto che c’è chi dice che nella registrazione di Omota si può udire un sommesso pianto tra il pubblico.

Il secondo concerto si è tenuto il 27 marzo 2019 a Trieste, nel Teatro lirico Giuseppe Verdi, il teatro principale della città. Il palco è stato condiviso da due cori, il coro femminile Clara Schumann di Trieste, con un programma basato sulla liederistica e sui carols inglesi, e Vikra – il gruppo vocale della Glasbena matica, la scuola di musica slovena di Trieste. Ed è proprio l’esibizione di Vikra che merita di essere ricordata nella memoria collettiva degli sloveni e anche dell’intera città nel golfo – usando la parafrasi dello scrittore triestino Boris Pahor. E perché?

La giovane, ma già pluririconosciuta direttrice Petra Grassi ha portato sul palco un programma storico che spazia dal rinascimento, attraverso il romanticismo e l’espressionismo, al contemporaneo con brani scritti esclusivamente da compositori sloveni. Una scelta, la sua, dettata da uno smisurato amore per la Musica, dall’intuizione di una grande artista, ponderata e azzardata al tempo stesso. E ciò che ha creato insieme ai suoi coristi, è magia. L’espressività della musica sinestetica di Kogoj, che ha la capacità di plasmare davanti agli occhi dell’ascoltatore l’aria di primavera e il sospiro di una ragazza giovane alla ricerca della felicità. Il virtuosismo del Magnificat del compositore contemporaneo Ambrož Čopi, che unisce i registri brillanti di Vikra al timbro importante del baritono (Jaka Mihelač). La prima esecuzione del capolavoro del compositore goriziano Patrick Quaggiato sul testo del poeta sloveno Ciril Zlobec: Sklepna pesem è un dialogo sopraffino tra violino (Janez Podlesek, primo violino della Filarmonica slovena) e coro, che si fondono nel raccontare l’immanenza e la trascendenza della vita dell’uomo.

Il coro è stato applaudito a lungo con sonori applausi, segno che anche il pubblico sa apprezzare la qualità, oppure sa semplicemente cogliere la bellezza. E Vikra ha creato la bellezza al suo stato più nobile e puro. Ma questo, anche se è tanto, non basta per entrare a far parte della memoria collettiva di un popolo. Ci vuole di più, qualcosa che faccia da pietra miliare, che segni il passaggio tra un’epoca e un’altra, tra un modus vivendi, operandi, sentiendi, musicandi, a un altro. Come il Coro accademico di Lubiana prima del kulturni molk. Vikra ha creato molto di più della bellezza nel senso stretto di estetica. 

Il Coro accademico ha deciso di sacrificare la cultura nel nome di un ideale nazionale.  Vikra ha creato la cultura nel nome dello stesso ideale, un ideale che ha elevato verso un nuovo orizzonte. Ha unito coristi e musicisti sloveni e italiani, li ha fatti portavoce della massima espressione della musica slovena e ha portato questa musica in un teatro da sempre simbolo dell’italianità di Trieste. Ha dimostrato che con il duro lavoro e soprattutto con coraggio e senza vergogna è possibile un dialogo tra le due culture. Ha ribadito che non ci sono culture A e culture B, che la cultura e con essa anche la musica sono espressioni di diverse realtà, che le rendono particolari, ma toccano i cuori delle persone allo stesso modo e sono quindi universali. Ed è questa l’unica vera cultura, la cultura che tutti dovremmo perseguire, quella con la C maiuscola, quella che racchiude in sé l’etimologia del termine, che è “coltivare”. Coltivare le relazioni umane, coltivare le relazioni tra le nostre culture, per crearne una più grande, serena e aperta come le acque del golfo della città nel golfo in una giornata di sole.

La registrazione del brano Lipa zelenela je al concerto del 12 dicembre 1941: https://www.youtube.com/watch?v=JY-2Th14exI.

La registrazione del brano Sklepna pesem al concerto del 27 marzo 2019: https://www.youtube.com/watch?v=b-ftMs7Ewmo.