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Eccoci all’ultimo articolo per questa stagione di blog, alla fine di Tutta n’ata storia. Se fosse una serie tv, vi lascerei con il dubbio e nell’incertezza che possa non esserci una seconda stagione, delle altre meravigliose puntate di questo racconto; dato però che molto probabilmente non c’è, né aspettativa, né tantomeno dubbio, anzi forse qualcuno è pure sollevato dal fatto che si tratta dell’ultima pubblicazione, vi svelo l’arcano e vi confermo che vi tedierò pure l’anno prossimo con questi articoli interessantissimi su artisti incompresi del primo 900, cantautori che non hanno mai cercato di essere alla moda o metaforiche digressioni su effetti a pedale per chitarra. 

Venendo agli adempimenti della rubrica, ho deciso di affrontare in quest’ultimo articolo, un tema centrale e cardine della storia dell’arte, vale a dire l’eterno dualismo tra Classico e Moderno. Si tratta di una diatriba mai sanata, frutto di un instancabile e continuo confronto con il passato e con la storia, che ha visto gli artisti confrontarsi con i predecessori e presumere di poter in qualche modo invertire la rotta, modificare le direttive, ergersi a pionieri del moderno, del contemporaneo. In alcuni casi, abbiamo assistito (o meglio ci è stato in qualche modo raccontato) a posizioni artistiche e orientamenti tendenti ad una ripresa assoluta del classico, nata come reazione ai precedenti movimenti, nel tentativo di riprendere e riacciuffare un’arte, che anche semplicemente per una questione cronologica, è da considerarsi antica.

Se però decidessimo di guardare le cose in maniera un pò più analitica, ci renderemmo conto che, come riportato ormai anche sulle tazze e i grembiuli da cucina, “Tutta l’arte è stata contemporanea”. Mi spiego meglio, noi guardiamo al termine contemporaneo, con una valenza cronologica e quindi più storica, oppure strumentale e quindi volta alla definizione rigida di canali di appartenenza, al di fuori dei quali siamo in territorio arcaico e per certi versi vecchio? Mi chiedo, qualcuno può dire che Giotto, Michelangelo o Raffaello, Caravaggio, David e Magritte, De Chirico o Pollock non siano stati esponenti di un’arte che per sua stessa natura, è definibile come contemporanea? Possiamo dire che le grotte di Lascaux, che le cosiddette pitture rupestri siano un’esperienza artistica antecedente alle performance di Marina Abramović? Certo, lo possiamo dire, ma possiamo allo stesso modo affermare che le pitture rupestri non sono un valido esempio di arte contemporanea? Probabilmente no, quanto meno non presupponendo che Contemporaneo, prima che una tendenza estetica, della quale non ho ancora compreso appieno i confini, sia una visione temporale. Di mezzo certo, un passaggio fisiologico al moderno, poi al post-moderno, ora all’iper-moderno, nella consapevolezza che la struttura rimangano sempre le persone.

Cambiano le epoche, le sovrastrutture, le modalità con cui ci interfacciamo alla cose, i giochi di parole e le combinazioni di frasi che vi costruiamo attorno, le possibilità, i mezzi, magari le idee, più difficilmente i pregiudizi, gli stereotipi, non la necessita di esprimersi, propria degli uomini. E se gli uomini producono (con un termine caro al nostro contemporaneo) arte e l’arte è una questione umana, può cambiare, talvolta in simbiosi, altre volte in antitesi con i cambiamenti vissuti di riflesso, ma mai smettere di essere contemporanea. 

Alla prossima, ciao amici!