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Mi chiamano Luna e sono di Bordeaux.
Faccio la puttana a Chartrons, sulla rive gauche e sono uno stramaledetto incanto.

Mi chiamano Luna perché dove sto io la Garonne prosegue per una strana ansa che di notte, quando le luci del quartiere riflettono sull’acqua scura, s’illumina d’un pallido e butterato giallo ricordando uno spicchio di luna crescente. Mi vanto spesso della vista di cui godo.

Mi chiamano Luna da così tanto che quasi mi son scordata il mio nome e faccio la puttana perché non so fare altro. Non ricordo quando cominciai, o meglio si, ma se ve lo dicessi comincereste a sprecare il vostro tempo in stupide congetture sulla mia età e questo m’infastidirebbe e non poco.

M’infastidirebbe perché non é questo il punto. Il punto é che vorrei non essere considerata solo una puttana ma in fondo la gente m‘ha sempre vista così.

Fidatevi quando vi dico che non vorreste mai essere quella che viene additata.

É una frustrante sensazione d’inadeguatezza che ti fa sentire costantemente piena di difetti: la mela marcia della città, il quartiere malfamato…per intenderci; perché bene o male tutti accettano la presenza di una puttana ma pochi ne sopportano le conseguenze.

Allora ho deciso di sfogarmi. Con voi si! Perché io ascolto tutti ma quando ascolterete me?

Ognuno di loro é stato qui. Mi desiderano da lontano, s’avvicinano piano piano…prendendosi ciò che gli serve e che la fuori, in un solitario mare aperto, non hanno mai trovato.

Loro si svuotano, si sfogano, s’avvinghiano, si raccontano, si lasciano curare le ferite e io? Io ci sono. Io li abbraccio: tutti! Senza mai dire una parola.

L’unica domanda che mi fanno é: “Luna quant’è?”.

E io rispondo “il solito!”, anche quando mi scopano con la violenza dell’acqua più burrascosa, l’impeto dell’onda che sa solo andare avanti. “Il solito!”, anche quando m’han pisciato sul muro più sudicio e infrattato dell’anima mia, quella che propio non riesco a non sciupare con quegli infedeli marinai della camera da letto. Trascuratezza. É la parola con cui mi vesto meglio. M’accarezza come l’acqua sporca che lasciano quando, soddisfatti, riprendono la rotta. Li ho visti tutti riprendere il largo, tornare al tetto, dopo avermi sgualcito il letto.

Io non sono casa loro, anche se dai loro racconti sembro migliore di tutte le loro donne.

Io non sono casa loro, anche se qui ci stanno bene, anche se qui spesso ci ritornano.
Sarà ignoranza la mia ma non verrebbero qui se non ci fosse un briciolo di verità in quel che dicono! Sono il loro riparo, il loro porto sicuro.

Giuro é logorante questa mia staticità. Vorrei non esserci anche solo per un giorno. Non dover rispondere “Entra!” quando hanno suonato. Non dovermi specchiare in quell’acqua sporca che mi bagna dappertutto. A quell’acqua sporca cui cerco con forza di trovarle un senso, di pensare che, dopotutto, le sue onde m’accarezzino dolcemente come nessuno ha fatto mai.

Un sadico conforto. Un disprezzato senso d’utilità che si lascia voler bene. Da me per lo meno.

Vorrei essere io quella che racconta d’un viaggio appena fatto. Quella che da lontano si lascia guidare dalla luce del faro. Cosa credete voi!? Anche una puttana ha dei bisogni. Bisogno d’attenzioni per esempio! Di non esser mai data per scontata. D’esser trattata come una donna e non come un oggetto.

Ah ma io la parola donna non la posso mica reclamare senza che tutti mi guardino com’avessi bestemmiato il cielo. Eh no! Io puttana la parola donna non me la posso proprio permettere.

Eppure nulla di quello che desidero accade e me ne assumo la responsabilità. Io!

C’é una cosa che non v’ho detto. Di gran lunga la peggiore.
Una puttana prova dei sentimenti e questo sappiatelo nel mio mestiere é un errore. Ma come faccio a dividere la vita dal lavoro!? Spiegatemelo forza!

Eh si…mi sono affezionata. A dire il vero più d’una volta. Lo dico ingenuamente. E sempre ingenuamente vi confesso che anche sta volta credevo fosse diverso, che qualcuno c’avesse visto qualcosa in questa facile cocotte che sono io.

Li ho visti gettare tra queste pareti di mattoni la parola ‘ancora!’ Sperando invece che per una volta gettassero l’ancora per rimanere. Per mostrar loro cos’avessi da offrirgli oltre al corpo: terra!

Ah, quanto son stronze le parole…Non le trovate stronze voi? Io si! ma non tutte. Solo quelle che, cambiando un accento, cambiano di significato. Parole infami quelle.

L’ho lasciato entrare fin dalla prima volta che l’ho visto arrivare e si vaffanculo! Stupidamente me ne innamorai; in tutto e per tutto. Perché? Perché in tutta sincerità, io che di armamenti in vita mia mi vanto d’averne visti tanti beh, vi confesso che uno così non l’avevo visto mai!

Era un tal francese della Marine Nationale.

Una storia malata la nostra, di quelle destinate a finir male perché diciamocelo: chi frequenta la stessa puttana per 13 anni? Ma non m’interessava, così l’ho lasciato immergersi dentro di me giorno dopo giorno. Ogni volta che voleva e senza accorgermi ci rimasi sotto. Si dice così no?

Ci rimasi sotto in tutti i sensi! Mi piaceva stargli sotto, mi faceva sentire sua come mai nessuno prima. Non mento nel dirvi che con lui non fingevo, non ce n’era bisogno. Mi sentivo diversa.

Questa cosa morbosa fra noi, che come con tutti inizialmente era solo fisica, presto divenne uno scambio più viscerale. Anche lui si lasciò guardare dentro nel profondo. Aveva uno strano bisogno di farsi scoprire, di ricordare quel che era stato e quel che, per alcuni, di buono aveva fatto.

Ero pronta a cambiare, a svestire i panni della puttana e a provare quelle tappe che tutte le donne meritano di raggiungere nella loro vita. Tipo? Tipo che ne so: diventare madre!

Lo scrutavo incuriosita come si fa quando si visitano i corridoi e le stanze dei musei. Era il nuovo e io cercavo di carpirne ogni segreto e più lo facevo e meno mi sentivo distante dal suo essere.

Quando -come tutti gli altri- senza un valido motivo mi lasciò sprofondai nello sconforto. Non ero riuscita a resistere alla tempesta dei miei sentimenti, colando a picco come la più sgangherata delle bagnarole, di quelle che non riescono a recuperare la riva.

Paradossalmente oggi mi sento come alcuni di quei marinai, un relitto. Ma non era questo quello che avevo in mente di raccontare della mia vita.

“Parto!”, mi disse un giorno Colbert, così si chiamava, e io rimasi qui dove sono e dove sarò.

Che stronze le parole. E io che ero pronta per pronunciarla nella sua concezione più materna…

Vorrei cambiare ma non saprei da dove ricominciare. Forse é la mia mentalità ma in fondo penso sempre di non far niente di male…

Avete sentito!? … hanno suonato … “Entra!”…

-Maggio ’07. L’incrociatore Colbert, museo per 13 anni, salpa dal Port de la Lune di Bordeaux-

Luca Contato