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Questo è uno strano Paese.
Non riesce a riconoscersi unito nei suoi capisaldi.
Non ricorda la sua Storia e imbarazza la sua onestà intellettuale.
La sua gioventù non si rispecchia nel suo passato eppure commette gli stessi errori.
La catena dello sviluppo culturale si è inceppata e vanno approfondite le cause, prima che il futuro diventi arido presente.

È così che le feste nazionali diventano derby astorici, che dividono su variabili inesatte, infangando la memoria, che si fa oblio.
È così che la rappresentanza si serve in modo strumentale di motti e slogan approssimativi.
E così, l’arena politica si trasforma in stadio; il popolo si fa ultras e tifoseria.
E così, cambiano alcuni riferimenti culturali, perni della democrazia.

Generalizzare è sempre un processo limitante, questo è vero.
Sono le persone e le loro interpretazioni dei ruoli a fare la differenza.
Ma in questi anni è riscontrabile un trend negativo, continuo, che racconta di una società più ignorante, più superficiale, più indifferente.
Come può agire concretamente per migliorare se stessa una comunità che non conosce, non comprende, né si preoccupa di farlo?
Ritenendo la scuola una grande agenzia formativa, seconda solo alla famiglia, i dati attuali sulla scolarizzazione non rallegrano su ciò che verrà, con percentuali al di sotto della media europea.

Gli insegnamenti e gli esempi sui cui dovrebbe modellarsi la società del domani vengono puntualmente distorti, semplificati, minimizzati. Persino rifiutati, in certi casi.
Le regole del complicato gioco di società a cui partecipiamo vengono continuamente boicottate, scombussolando l’equilibrio tra ordine e disordine.
Si confonde ciò che è giusto con ciò che è permesso, ingratamente.
E si assottiglia il confine di ciò che è sbagliato.
Ciclicamente.

Sedicenti movimenti politici sono risorti dalle loro ceneri.
Forse non sono mai scomparsi, rimasti anzi in navigazione, a quota periscopio, in attesa.
E quel che attendevano, è tornato a innescare la loro rabbia repressa verso questo e quello, andando contro le regole del gioco, scritte su Carta.
Per questo motivo, siamo costretti a leggere, ancora, striscioni agghiaccianti per le strade delle città, negli stadi di calcio (non a caso), sulle piattaforme social.


Questo è uno strano paese.
Digita molto, legge poco, studia meno.
Ascolta con la pancia, reagisce d’istinto, parla male, scrive peggio (sulla testiera di un computer).
Difende l’indifendibile, non rifiuta apertamente i valori devianti, non vive di cultura, eppure ne ha da vendere.
Il riscatto pieno e all’ unisono di libertà, legalità, solidarietà è il primo passo verso quella rivoluzione culturale che ricorderebbe a questo strano paese il potenziale che è sopito dentro sé.

Questo è uno strano paese, e a me sarebbe convenuto scrivere un altro testo.
Raccontando la bellezza e la forza della componente culturale dello Stivale, delineando la mappa dei luoghi in cui si è fatta la sua Storia, evidenziando il suo ruolo di protagonista nel Mediterraneo.
Lascio questo piacevole lavoro di riscoperta e ricerca ai blogger di Thèa, Fiamma, Sofia e Sandy.
Io ho preferito cominciare da un altro punto di vista, più tortuoso, più impervio, più urgente.
Perché la cultura è una cosa seria e indica i valori di una società, i suoi mutamenti, i suoi orientamenti, i suoi obiettivi.
Verso quale futuro stiamo andando?

AnnaRosa, con la sua magnifica illustrazione, ci ricorda da dove si comincia a costruire una bella risposta.