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I miei genitori erano cattolici 
Ma la mia infanzia è stata musulmana
Abitavamo accanto alla moschea 
E il nome del mio primo amico era Farouk 

Della mia amicizia con Farouk ricordo i Bajram
La mamma di Farouk portava da mia madre 
La parte migliore della carne di pecora 
Su un piatto coperto da uno strofinaccio bianco 

Con gli altri bambini aspettavamo accendessero le candele nella moschea
Per poi correre a casa e spartirci la carne 
Nella focaccia calda e profumata
Impastata dalle stesse mani che ci rimboccavano le coperte 

Nel Bajram del 92 i sorrisi miei e di Farouk divennero lacrime
E le moschee le macchiarono come le more macchiano le mani dei bambini
La pioggia di marmellata cadde su di noi
E scompiglio e paura al polline crebbero come erbaccia

Quello è stato il mio ultimo Bajram di vita
E il mio primo Bajram di morte
Da quel momento ogni anno ogni Bajram è una pomata che brucia
Una porta che cigola e una catena che stride

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Dedico la poesia alla memoria di Suada Diliberović e Olga Sučić, uccise il 6 aprile del 1992 sul ponte di Vrbanja dalle fucilate dei cecchini serbi che sparavano dalle finestre dell’Holiday Inn.
E ad ogni uomo, donna, bambino e bambina le cui radici sono state strappate dalla terra e a chi abita Sarajevo oggi.
Con la speranza che nelle loro e nelle nostre esistenze ci siano solo Bajram di vita.

Illustrazione di Gaia Bielli