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I cestini colmi di incarti colorati degli ovetti di cioccolato con il marzapane erano stati svuotati. Si bevevano gli snaps, distillati di patate, e le ultime birre pasquali, edizioni speciali prodotte solo una volta all’anno, avanzate dai pranzi con agnelli, uova, salmone e aringhe.

Il senso di pesantezza del corpo era scacciato da quello di leggerezza dell’animo. Dai ricordi di una Pasqua in famiglia, calda e sincera, vissuta in un modo in cui aveva dimenticato potesse essere vissuta. Un modo che nella sua famiglia non era contemplato da tempo e che questa, non sua, era stata in grado di far riaffiorare.

Mentre apprezzava il primo sole di maggio sdraiata sul prato perfettamente curato del parco di Frederiksberg e il suo calore le attraversava le palpebre chiuse la voce di Sanders interrompeva il silenzio. “Viola.”

Lei si sforzava allora di aprire quella destra. Tra i sottili spazi lasciati dalle ciglia intravedeva la sua figura sfuocata. Non riusciva a fare a meno di ridere al pensiero di quando tentava di insegnarle a soffiare il contenuto dell’uovo per prepararlo alla decorazione secondo la tradizione. Voleva prepararla a quando sarebbero andati a farlo allo Statens Museum for Kunst per non farle fare brutte figure.

Mentre raggiungeva la postazione delle uova era inaspettatamente passata tra i Tiziano, i Rubens e i Picasso del museo, che l’avevano emozionata. Allora non sapeva che sarebbe finita che il tuorlo d’uovo più che cadere nel bicchiere, per qualche legge della fisica da lei ignorata, le si sarebbe spalmato in faccia.

Si era però riscattata con la decorazione. Con sua sorpresa erano risultate le più colorate e originali di tutte, escluse, ovviamente, quelle di Lene. All’asilo aveva acquisito una formazione tale, in fatto di tempere e colori, da lasciare tutti metri indietro. Comunque, Viola si era guadagnata l’attenzione di Sanders che le aveva domandato Che altri talenti ci nascondi? e al suo A dire il vero, me la cavo anche con il cucito detto in tono scherzoso, si era voltato pensieroso.

Nel frattempo Rebecca aveva deciso, con il consenso di tutti all’unanimità, di esporre il suo uovo migliore in posizione privilegiata nella vetrinetta, finché aveva cominciato a puzzare troppo per compensare il suo bell’aspetto ed era finito nel cestino insieme agli incarti colorati.

Dopo tanti giorni insieme, quel sabato pomeriggio era il primo momento in cui si trovavano separati. Viola aveva proposto che Rebecca, suo padre e Lene passassero un pomeriggio insieme, loro soli. Avevano fatto sentire lei e Sanders, una poco più che sconosciuta e un amico datato, come parte di una famiglia. Ma le era sembrato lecito che si concedessero un momento per loro.

Ora le piaceva immaginarseli all’Experimentarium a fare qualche percorso interattivo di scienze insieme, tra tubi colorati o a proiettare ombre giganti.

Alla fine era tornata con la mente sul prato che aveva proposto in alternativa a Sanders.

“Sì?” Aveva risposto.

“Ricordi quando mi hai detto che sapevi cucire?”

Aveva risposto con un cenno della testa che voleva dire Vai avanti. In realtà la incuriosiva scoprire il motivo di quel rabbuio improvviso.

“Ho pensato che, nel caso tu voglia rimanere qui, avrebbe potuto farti piacere una proposta di lavoro.”

“Hai pensato giusto.” Le si erano accesi gli occhi. Con quella proposta si sarebbe aperta anche la possibilità di costruire qualcosa di stabile lì.

“Allora, se mi lasci carta bianca, questo pomeriggio posso portarti a vedere la mia idea.”

“Acconsento.”

Immediatamente lo vede alzarsi.

“Così, subito?”

“Mi spiace interrompere il tuo momento abbronzatura sotto un sole non abbronzante ma la fretta ci tiene vivi.”

“E la calma ci fa impazzire.” Completava lei. E con un D’accordo, andiamo ,infine, cedeva.

La camminata non era poi stata lunga. Si era ritrovata davanti ad un negozio con eleganti tendaggi rossi sopra le vetrine e l’insegna I.W.Hvidberg, dal 1780.

Avevano varcato la soglia. Una donna sulla settantina, con la schiena ricurva era uscita dal retro sfilandosi gli occhiali e lasciandoli cadere sul collo, assicurati da un laccio consumato.

Era esploso in un affettuoso Sander!. “Non hai nulla da ritirare qui, è passato tuo fratello l’altro giorno per ritirare quella giacca con le spalle da stringere.” Aveva però subito continuato.

“Sono qui perché ti ho trovato la sostituta per Inger.”

“Ti ringrazio caro, ma è sabato sera lo sai, sono occupata.” Ascoltandosi si era pentita del tono brusco e girandosi aveva aggiunto “Ma tornate lunedì.”

Quando erano usciti il cielo si era sporcato di qualche nuvola. Dalla luce aveva dedotto che nel frattempo Rebecca, il padre e Lene sarebbero dovuti essere a casa. Mentre passavano il latte, che era finito quella mattina, alle casse automatiche del supermercato sotto casa Sander doveva aver pensato che lei ci fosse rimasta male.

Le aveva spiegato cosa rappresentasse il suo lavoro per quell’anziana donna, e così il motivo di tale atteggiamento.

In quella sartoria avevano sempre lavorato donne, ma nel retro bottega, senza essere viste. La gestione era sempre stata affidata agli uomini. Sin da piccola aveva sognato di essere a capo dell’azienda di famiglia, pur consapevole che il posto sarebbe spettato a un qualche cugino.

Aveva lavorato anche lei nel retro bottega. Poi nel ’72 era salita al trono la prima regina donna dopo tanto tempo, Margherita II. La sua figura l’aveva ispirata ed era riuscita a realizzare il suo sogno facendo valere il suo buonsenso e il suo talento, ma con tanto lavoro. Si era da allora sempre sentita in dovere di dimostrare di esserne all’altezza e non aveva mai ceduto.

“E’ una bella storia, Sander.” Gli aveva sorriso lei. “Ma io pensavo ad altro. L’idea del lavoro mi ha fatto realizzare quanto sia vicina ad un distacco totale da tutto ciò che era prima. Insieme all’entusiasmo si è insidiata in me un po’ di paura, di non essere come quella donna forse, aver sbagliato.”

“La probabilità di aver scelto la direzione sbagliata ci sarà sempre. Diceva Cartesio, scelta e intrapresa una via devi seguirla con ogni mezzo, per quanto possa essere sbagliata. La meta a cui arriverai sarà comunque migliore della perdizione che otterresti se continuassi a cambiarla.”