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Che ci fosse qualcosa di strano nell’aria quel giorno l’avevo percepito fin da subito. Nulla dei suoi movimenti era spontaneo ma mai avrei immaginato che sarebbe riuscita ad arrivare a tanto.

Dopo una rapida occhiata all’orologio a muro e al sole che stava tramontando fuori dalla finestra, aveva smesso improvvisamente di cucinare le patate e lasciato la cipolla ancora mezza intera sul logoro tagliere in legno per andare ad agghindarsi per le feste.
Non le dissi nulla e rimasi ad aspettarla.

Era quasi ora di cena.

Si era esageratamente truccata in viso come non l’avevo vista mai. Ma come ti sei conciata?
Era sempre stata una giovane donna acqua e sapone pensai, perché conciarsi in quel modo? Per non parlare di come si era vestita! Il nero era il colore dominante di tutto ciò che indossava: un lungo abito in pizzo che lasciava intravvedere, sotto trame di pizzo ricamato, le sue curve avvolte da un intimo aggressivo, anch’esso nero.

Succinta, lasciva, concupiscente! Non l’avevo mai vista così e quella visione mi interdette.

Non era finita lì! Per la casa risuonava una melodia mai udita prima, un sottofondo di musica sensuale proveniente dal vecchio grammofono che non lasciava spazio a fraintendimenti! Come del resto i suoi vertiginosi tacchi a spillo neri che si era momentaneamente sfilata ma soltanto per calzarli in un secondo momento.

Non una luce artificiale, tutto era a malapena illuminato dalle candele, quelle candele che non aveva mai acceso prima! Erano così piene di polvere, perché accenderle proprio oggi!?

Me lo sentivo che stesse tramando qualcosa! Quand’ecco infatti che, all’improvviso, iniziò a chiamarlo attirando la sua attenzione verso di se.

Il piccolo, che fino a pochi istanti prima era impegnato a giocare a nascondersi sotto al letto, si presentò a lei con gli occhi della curiosità: anche lui non l’aveva mai vista così bella e stranamente dannata.

Avuta la sua attenzione lo prese delicatamente in braccio e lo adagiò comodamente sulla tavola mezza imbandita. Anche questa fu un’azione che non le avevo mai visto compiere. Solitamente lo coccolava sulla poltrona, oppure lo sedeva sul basso tavolino della sala, mai sul tavolo grande. Se le fosse caduto da quell’altezza si sarebbe di certo fatto male.

Nel tenerlo sott’occhio estrasse il coltello più grande e affidato dal cassetto delle posate e con il polpastrello del pollice controllò se la lama fosse ben affilata. Fu un movimento calcolato, di quelli premeditati che si vedono fare ai killer nei film di paura.

Proprio mentre il piccolo si guardava attorno, incuriosito dalla nuova visuale di casa sua, mai raggiunta finora, lo afferrò e con forza lo schiacciò sul tagliere dove riposava la cipolla. Fu a quel punto che, mentre il piccolo si dimenava e strillava per la paura e il dolore provato nell’essere afferrato e sbattuto così prepotentemente, gli sferrò un colpo deciso tanto da fargli volare via la testa!

I due incrociarono il loro sguardo un’ultima volta per un breve istante e in entrambi notai due tipi differenti dello stesso stupore e incredulità.

L’ho ammazzato!, lei. Mi ha ammazzato!, lui.

Rimasi esterrefatta, rigida come un mobile, una credenza, il frigorifero! Stavo assistendo ad una scena raccapricciante. Cosa ti è saltato in mente di fare?, le domandai impaurita. Non mi ascoltò minimamente, mentre entrambe ci rendemmo subito conto di essere imbrattate dal sangue ancora fresco che lentamente ci colava di dosso: a lei sulle braccia, a me ovunque!

Aveva gli occhi vitrei e spenti ma pieni di lacrime forse anche un po’ per colpa della cipolla che, per i bruschi movimenti, era volata dappertutto.

La sua mano era indecisa tremolante ma nonostante ciò sferzò ripetutamente altri colpi su quella povera creatura indifesa e ormai inerme. Non credevo avesse così tanta forza e pelo sullo stomaco: non era suo figlio é vero, ma negli anni lo aveva accudito come se l’avesse dato alla luce lei e nessun’altra donna: nessun’altra madre.

Di fronte ai miei occhi la mia amica si stava rivelando una persona completamente
inaspettata.
Sarei dovuta andarmene, ma ormai c’ero dentro fino al collo. Quella stronza mi aveva incastrata!

Me ne restai così buona buona, ancora sporca di sangue perché non avevo il coraggio di levarmelo con l’acqua corrente del lavandino mentre lei, cambiato coltello e passatasi velocemente le mani nello straccio che col sangue aveva cambiato colore, prese un secondo coltello e, come se non bastasse, iniziò a scuoiarlo.

Nel farlo, degli inequivocabili spasmi e conati di vomito che emetteva al ritmo del rumore degli ossicini che si frantumavano sotto la lama assassina, le segnarono di smorfie il volto.

Ci manca solo che mi vomiti sul tappeto!, esclamai.

Non aveva il coraggio di proseguire, era così piccolo e indifeso e invece lei lo stava sfigurando e smembrando senza pietà! Ma ormai era troppo tardi per tornare indietro, lo sapevo io e lo sapeva lei. Smisi allora di insultarla e di detestarla per quello che aveva combinato. D’altronde ero o no la sua amica fidata? E se lei aveva voluto compiere questo gesto in mia presenza era senza ombra di dubbio perché si fidava del mio supporto, della mia complicità.

Così mi aprii a lei, senza dire una parola e la lasciai fare, semplicemente assecondandola.

Alla polizia avrei raccontato che quella creatura l’avevo vista crescere e gironzolare per la casa. E se mi avessero detto che anche io avevo contribuito alla sua morte beh: si signor giudice! Era andata così, chiudeteci in una cella insieme e date la chiave in pasto alle carogne.

Terminato il suo macabro rito di scuoiatura alla tetra luce danzante delle candele, ero pronta a seppellire il cadavere in giardino insieme a lei. Anche se, a pensarci bene, io in giardino non c’ero mai stata. Si, forse una volta a voler ricordare bene! Ma solo di passaggio, quando la casa era ancora in costruzione. Dettagli questi!
C’era da sporcarsi le mani di terra e non solo di sangue. Ed ero pronta a farlo.

Ma, come vi dicevo, mai avrei creduto che quella strega della mia amica arrivasse a tanto.
Sollevata la bestia, dissanguata ed esanime, la ripose su di un vassoio d’argento, di quelli che le regalarono in dote e che, scrupolosamente negli anni, chiese a me di custodirli.
Mancano i fiori, le dissi. La vittima deve essere seppellita coi fiori che tanto amava. Almeno questo concediglielo! Nel vaso in corridoio c’erano i suoi preferiti, quelli che si arrampicava per annusarli. Concedigli almeno questo brutta stronza insensibile!

Invece no, non mi diede ascolto. Al posto dei fiori ci mise tutt’intorno le patate.

Ero certa che queste sue azioni fossero un rito satanico. Mi ero oltremodo convinta che, lontano dai miei sguardi comprensivi, la mia amica avesse perso la retta via e il senno quando usciva di casa per andare nei campi la mattina per poi fare rientro solo la sera.
Forse aveva cominciato a frequentare qualche strana compagnia: una setta!

Non volle seppellire il piccolo in giardino, come fanno quei mostri che nonostante tutto un cuore ce l’hanno, no! Lei lo cosparse di olio, di sale grosso e di spezie prese alla rinfusa dalla credenza mentre, col dito ancora unto, seguiva passo passo la procedura da un losco quadernetto in pelle: sicuramente il diario delle stregonerie o peggio, dei sortilegi camuffato dalla geniale dicitura: ricette! Non mancò poi d’insaporirlo con le poche cipolle che, dopo l’accoltellamento, erano rimaste sul tavolo.

Nel trambusto non mi accorsi che aveva acceso il forno da almeno venti minuti.
Fu la luce e il calore che mi riportarono alla sconcertante realtà. Un incubo senza fine dal quale difficilmente mi sarei risvegliata. Ce lo infilò con la stessa cura e precisione del mastro soffiatore di vetro di Murano il quale non può permettersi che nulla vada storto o che qualcosa sia lasciata al caso.

D’improvviso qualcuno bussò alla porta.

Rabbrividii al pensiero d’essere stata già scoperta. Siamo fottuti!, gridai. E in un solo istante tutti i miei ragionamenti sugli anni in carcere insieme per concorso di colpa erano andati a farsi benedire!
Io non centro nulla! Sono anche io una vittima di questa psicopatica!

Entrò dalla porta lui, suo marito e tirai un sospiro di sollievo. Non ci avevano ancora scoperte e magari lui, l’unico sano di mente rimasto in questa casa, avrebbe sicuramente fermato il raptus di quell’irriconoscibile della mia amica.

Non ne avevo azzeccata una finora e questa fu la prova che lei avesse agito con intento! Mentre terminava di pulirsi le mani, si scambiarono un bacio di quelli passionali:

“Come sei bella questa sera!”. “É il nostro anniversario amore, ricordi!?”.
“Certo! Senti che bel profumino di cucina!”
Stupido non sono io che puzzo così, é il coniglio che tua moglie ha infilato nel forno insieme alle patate!
Sono una cucina Vegana io! E voi non siete altro che due squilibrati. Buon anniversario!

                                        Luca Contato