Tempo di lettura: 5 minuti

Mi chiamo Aida, ho quarant’anni e ho un banco del pesce al mercato di Amalfi, l’unico lascito di mio padre, escludendo i debiti e il mio nome. È stato lui a chiamarmi così: amava la lirica e la vita, fin troppo. Di lui oggi mi resta un nome e nient’altro.

Con un nome del genere e in un posto del genere, tutti sanno chi sono, chi ero, forse meglio di me. Un copione già scritto, ed io li lascio fare. Non ho tempo per i loro pettegolezzi: evito di parlare troppo, mettermi in mostra con una gonna troppo corta o un vestito troppo scollato, un trucco troppo pesante.

È sempre tutto “troppo”, come in ogni angolo al sud del mondo che si rispetti. C’è grettezza, omertà e sopraffazione nell’aria, la respiro, la sento addosso, ma c’è il mare, che sa di libertà e cambiamento, e io non posso lasciare tutto questo. Mio padre è andato via quando avevo solo due anni e mia madre si è presa cura di me e dei miei due fratelli. Ogni mattina, proprio come faccio io, alle quattro era al mercato a imbandire il banco. Con dedizione si è spaccata la schiena per trent’anni, risucchiata dalla spirale di una routine senza colori, e senza scampo. Io sono cresciuta osservando quelle braccia esili sollevare casse con la forza di un uomo, quella schiena curvarsi sotto il peso della merce e della preoccupazione, quelle rughe segnare il viso come piaghe. Quando sono diventata abbastanza grande ho capito che dovevo prendermi io cura di lei e ho messo da parte tutto, il sogno di evadere, gli studi…. e vedere l’opera.
Volevo vedere l’Aida di Verdi. Ma un nome non ti lega a nessun destino, infatti eccomi qui. Lo diceva anche uno scrittore inglese, non ricordo quale: una rosa senza il suo nome avrebbe sempre lo stesso profumo. E Aida senza il suo nome rimarrebbe la stessa, la pescivendola del mercato di Amalfi. Certi ritmi, certi andamenti, non li puoi stravolgere. Così ho smesso da tempo di sognare di svegliarmi in un altro letto, di programmare il mio riscatto e mi sono costruita una piccola bolla, per isolare i suoni, gli odori, e i sentimenti, non far uscire nulla. Non parlo con molta gente per il semplice fatto che questa gente non fa per me, non saprei cosa raccontare. Dopo il lavoro mi piace passare il pomeriggio in riva al mare, ci resto per ore. Mia madre crede che sia per via del banco al mercato, che mi abbia inghiottito totalmente. A me sta bene che la pensi così. Non posso dirle che quando sono sulla spiaggia, piango anche per ore se ne ho forza, a volte urlo, se il mare me lo consente, che mi sono costruita una gabbia dorata che mi ha portato via gli anni più belli, quelli delle idee, del doman non v’è certezza.

Nemmeno gli uomini sono riusciti a farmi evadere da questa prigione. In quarant’anni non ho mai ceduto alle lusinghe dei tanti che passavano ogni giorno al mercato, ai loro complimenti, alle loro frasi fatte. Li ho osservati, ferma, dietro al mio banco, e ho capito che sono proprio come i pesci.

Ci sono quelli piccoli, innocui e insignificanti, e di quelli non mi sono mai curata. Invece ho sempre avuto paura degli squali, e Rodrigo era uno di quelli.

Tutte le donne della città impazzivano per lui, l’uomo dagli occhi neri, a fessura, e la carnagione olivastra. “L’uomo che non deve chiedere mai”, dicevano. E invece a me ha chiesto fin troppo. Non ha mai messo su famiglia, proprio come me: io un altro essere da ingabbiare non volevo metterlo al mondo. Ci pensavo a come sarebbe stato, dare vita intendo, essere un caldo rifugio per qualcuno, mentivo e dicevo che non ne sarei stata in grado. Che poi il problema era a monte: non avendo alternativa alcuna, non ho lasciato posto a niente, né alla felicità né all’amore, in egual misura.
Questa cosa, a Rodrigo, gli faceva perdere la testa, insieme ai miei ricci corvini – disse una volta.

Un giorno stavo caricando il furgone con le casse ormai vuote – avevo venduto tutto -, quando si avvicinò silenzioso, prendendomi per la vita. Posò la testa tra il collo e la clavicola e cominciò a respirare premendo le narici sulla mia pelle. Le mani sempre più strette. Io trattenni il fiato, mentre il cuore mi esplodeva in petto.
«Un giorno faremo l’amore in questo furgone Aida, te lo prometto»
Si era appena allontanato dalla piazza del mercato, quando iniziai a rimettere bile. Il suo odore, la sua voce, le sue mani sudicie su di me mi davano il voltastomaco.
Il timore che un giorno avrebbe mantenuto la  sua promessa mi fece giurare di non prendere mai più il furgoncino, quindi me lo facevo portare a casa da Antonino, il mio dirimpettaio, che non aveva nemmeno la patente.

Rodrigo, come ogni squalo che si rispetti, quando è affamato non conosce regole, cerimoniali e quant’altro. Appena lo squalo percepisce la paura, si avventa sulla preda e la fa a brandelli, dimenandosi in un vortice di sangue e acqua salata, come ho visto in un documentario.

Era la mattina di Pasqua. Io la domenica non andavo in chiesa perché mi piaceva godermi una spiaggetta isolata, sconosciuta ai turisti, mentre la gente si chiudeva a respirare bugie e incenso. Mia madre sempre in prima fila, fazzoletto sul capo e rosario alla mano, a pregare chi, cosa? Per un domani che sarebbe stato sempre uguale a ieri, senza speranza e senza riscatto. Io glielo dicevo, ma le persone anziane quando cedono alla rassegnazione diventano assuefatte al dolore.

Tutti erano in chiesa, e io mi godevo il silenzio di quel paradiso segreto, lì tutto per me. Ero stesa sulla sabbia, il vento aveva alzato il vestito lasciandomi le cosce tutte scoperte, ma non mi importava. Stavo per addormentarmi quando improvvisamente sentii due mani possenti afferrarmi le gambe. Lui era sopra di me e disse: «Non aspettavi altro, Aida».
Non proferii parola, e mi abbandonai al destino dei piccoli pesci, quelli che sanno qual è il loro posto nella catena alimentare, e io sapevo qual era il mio: quello di qualsiasi donna sola, relegata a una realtà che non conosce mai il lieto fine, non per quelli come me.

Mi chiamo Aida e ho ancora il mio banchetto del pesce al mercato di Amalfi, la notte non dormo, a volte piango, pensando a quella volta sulla spiaggia, quando mi portarono via l’unica cosa che ero riuscita a tenere per me.