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In questo periodo storico particolare, in cui ciò che viene più sacrificato a livello psicologico e sociale sono le relazioni, viene da chiedersi come sarà il futuro prossimo: chiaramente le problematiche più evidenti sono quelle che riguardano la salute e la sicurezza, ma come comportarsi con le generazioni dimenticate?

Quelle che vengono lasciate ai margini, ignorate.

Noi della generazione degli anni Novanta abbiamo i nostri ricordi cui appigliarci, le prime feste, i primi “assembramenti”. Cosa lasciamo ai giovani di adesso? DAD, applicazioni telefoniche in cui conoscersi, poco tempo per provare le prime esperienze “proibite”, quelle che poi racconterai.

Viene da chiedersi cosa perdiamo in nome della sicurezza e in nome di un governo che non si preoccupa della traccia che lascia: come spiegare a questa generazione che socializzare non è un match su Tinder? Che non sono le tre bevute condensate nell’arco di un paio di ore a creare una socialità?

Pare che non ci sia una preoccupazione realistica su ciò che lasciamo a questa gioventù, se non la preoccupazione di una futura chiusura della scuola, unico luogo rimasto di socialità, o delle piazze, ormai diventate l’emblema della cosiddetta incoscienza giovanile.

Pare non ci sia la voglia politica di costruire luoghi di socialità che possano includere i giovani in sicurezza.

E senza polemiche, un tentativo di rendere normale un periodo storico che si preannuncia lungo e pieno di preoccupazioni per coloro che non hanno ancora appieno compreso il significato di socialità.