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La notte è ormai passata, il mare tormentato nel buio si è finalmente quietato sotto l’imporsi del sole che vigile sembra accompagnarci, quasi spingerci, col suo calore, verso la riva.
E’ l’alba del quarto giorno.

Incrocio con lo sguardo i volti dei miei fratelli, non di sangue ma di ventura, sono scossi, alcuni stremati fissano il vuoto. Qualcuno lascia penzolare le braccia fuori dalla barca fissando il mare, come ad accertarsi che non riprenda a scuotersi e dimenarsi come un diavolo.
E’ quasi finita. I primi raggi del sole svegliano chi dopo tre giorni di insonnia è riuscito ad addormentarsi, più per mancanza di forze che per sua volontà. Ora ci ritroviamo ad esser baciati tutti dallo stesso sole, lo stesso sole salutato alla partenza, lo stesso che arde la rossa sabbia del Senegal.
Rannicchiato in un angolo del barcone resto attaccato a mia nonna, l’abbraccio. Ha gli occhi chiusi, ma sono sicuro che non stia dormendo.
Ho dimenticato l’ultima volta che l’ho vista dormire, è sempre restata vigile lungo il viaggio… tutto il viaggio. Un viaggio durato due anni.
Ho impressi nella mente i volti di mio padre e mia madre, disperati e speranzosi il giorno della nostra partenza. Quello di mia nonna Elikya invece, è stato sempre tranquillo e fiducioso. Probabilmente è solo grazie a lei se siamo arrivati fin qui.

Siamo partiti dal Senegal il 18 aprile del 2015. L’esigenza, più che la voglia mi ha spinto a prendere questa decisione. Da sempre ho sognato un futuro migliore del presente vissuto dai miei genitori. Mio padre lavora come meccanico nella cittadina da cui provengo, mia madre invece resta tutto il giorno a casa a badare ai miei due fratelli più piccoli. A lungo ho discusso con loro di questa scelta. Cento sono state le liti e ancor di più i giorni passati a piangere da mia madre e senza proferir parola da mio padre. In mio soccorso è venuta solo mia nonna, come sempre, ma questo lo dico a malincuore dopo aver visto ciò che succede a chi come me sogna un futuro lontano dalla polvere, dalla fame, dalla vergogna, dagli stupri, dagli omicidi, dai sequestri e dalla schiavitù. Perché probabilmente è in una di queste disgrazie che ci imbattiamo mentre proviamo a scapparne lontano.

Attraversare il Mali ci è costato 80 dollari a testa, il viaggio in mezzo alla regione è durato due giorni a causa di un guasto al pullman su cui abbiamo viaggiato. Ad Agadez, in Niger, siamo arrivati di notte. La confusione e il freddo trovati lì mi hanno sorpreso.
Ci siamo rivolti a una delle “guide” che ci ha indirizzato verso il convoglio diretto in Libia. 1500 dollari a testa, questo è stato il prezzo che abbiamo pagato ai contrabbandieri per raggiungerla. Il giorno dopo siamo partiti alla volta di Dirkou e non so perchè solo allora mi è venuto in mente di esser partito senza salutare i miei amici… li ho lasciati lì senza neanche dirgli addio. Non so se è stato a causa della fretta, dell’emozione o della segretezza, ma di sicuro è un rimpianto che porterò dentro per sempre.

Tutto il viaggio è sembrato filar liscio, fino a Sebha. Siamo stati svegliati dalle urla di alcune ragazze che come lampi hanno squarciato la notte. L’incubo è iniziato lì. La polizia ha fermato il convoglio e ha chiesto altri 300 dollari a testa per proseguire. Molti di noi si sono ritrovati a corto di denaro. La pena è stata durissima. Gli uomini sono stati riscattati dai contrabbandieri e trattenuti nell’oasi, costretti a lavorare per ricomprare la loro libertà. Alle ragazze più giovani è toccato un destino ancora più amaro, cadute in mano dei contrabbandieri per pochi dollari e la promessa di passare la notte con i poliziotti.
La nostra unica fortuna è stata la grande forza di mia nonna, che ha impegnato i risparmi di una vita per consentirci di continuare.

Non dimenticherò mai quella notte, siamo stati ad un passo da Tripoli e mai come allora ci siamo sentiti così lontani.

Tripoli l’abbiamo raggiunta, e ci siamo rimasti per quasi due anni. Al nostro arrivo al porto gli scafisti ci hanno chiesto altri 1300 dollari a testa.
Ho guardato mia nonna ma lei ha scosso la testa. I soldi erano finiti…

Ho lavorato per entrambi come meccanico per tutto il tempo. Beffardo il destino ero scappato dal Senegal per non fare la vita di mio padre e mi sono ritrovato intrappolato in quella stessa vita senza aver via di fuga.

Dopo due anni e quattro giorni siamo finalmente a bordo di questa maledetta barca. Oggi è il 4 ottobre 2017.
Siamo tutti svegli ormai, tutti parlano tra di loro. L’argomento è soltanto uno: la fine del viaggio. Siamo partiti in 140 dal Niger sullo stesso convoglio, oggi siamo in 52…
A noi sopravvissuti sembra quasi un sogno, le lacrime ora bagnano il volto di mia nonna. L’italia è vicina, l’incubo è ormai passato.
La voce dello scafista risuona forte: “Manca un’ora, preparatevi”.
Guardo mia nonna, sorrido e cado tra le sue braccia.

– Iniko… Iniko… svegliati, da qui si vede il porto.

Il mio nome è Iniko, nella mia terra significa: nato in tempi difficili.
Tempi come quelli in cui siamo costretti a vivere oggi.
Il nome di mia nonna, Elikya, nella mia terra significa: speranza.
Speranza che in questi due anni non mi ha mai abbandonato.
Grazie, senza di te non ce l’avrei fatta.

” Se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”